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Questo Blog è promosso, tanto per cominciare, da lauro mengheri, psicologo clinico libero professionista, e da paolo borghi, responsabile di centro impiego, entrambi operatori presso i servizi locali per l'impiego (provinciali) di Livorno. L'obbiettivo è quello di riuscire a mettere a fuoco e dibattere, nell'ambito della Strategia di Lisbona, di politiche del lavoro e di metodologie e organizzazioni per l'occupabilità privilegiando un punto di vista locale e operativo. Questo Blog è volutamente un cantiere aperto sulla "occupabilità" e pretende di essere un laboratorio in cui si discute mentre si realizza e completa un piano di lavoro prefissato dalle diverse rubriche (per questo ci vorrà un po' di tempo ad attivarle tutte!). Lauro mengheri e paolo borghi sono anche due incalliti riformisti che tifano spudoratamente per il Partito Democratico (di cui fanno parte prima che ci fosse). Ogni opinione qui è pero' ben accetta purchè si intenda contribure alla causa che stanno cercando di portare avanti con questo stesso blog. Il commento ai materiali pubblicati è per ora a libero accesso, salvo attività di moderazione, direttamente da sistema. Proposte di inserimento di articoli, opinioni o materiali, o proposte redazionali, vanno inviati all'indirizzo di posta elettronica sotto indicato. IN OGNI INTERVENTO - DI COMMENTO O DI INTERVENTO - OCCORRE SPECIFICARE (AL TERMINE) NOME COGNOME DELL'AUTORE/AUTORI, CITTA', E-MAIL, DATA. LA PUBBLICAZIONE DEL MATERIALE PUBBLICATO E' LIBERA SALVO CORRETTA CITAZIONE DEL BLOG E DELL'AUTORE. IN PROPOSITO SI RICHIEDE UN CORTESE CENNO DI INFORMAZIONE VIA E-MAIL. Segreteria blog (per ora) paborghi@iol.it paolo borghi


 

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1 gennaio 2009

STRATEGIE PISA-LIVORNO/occorre integrare e innovare le politiche del lavoro in area vasta?

 

Circolo

Liberta'EGUALE
di livorno e pisa

DICEMBRE 2008

OCCORRE INTEGRARE E INNOVARE LE POLITICHE DEL LAVORO IN AREA VASTA?

MERCATO E POLITICHE PER IL LAVORO IN AREA VASTA

1. l’integrazione dei mercati.

Il mercato dei lavori delle Province di Lucca, Pisa, Livorno, e delle aree territoriali degli 11 centri per l’impiego da esse dipendenti, si è integrato sempre più a partire dalle figure professionali a più alta mobilità territoriale (impiegati professionali e pubblici; tecnici e operai specializzati), e a partire dalle crescenti difficoltà di alcune aree di questo vasto territorio (prevalentemente nelle zone costiere più urbanizzate e nelle zone marginali a declino agricolo e scarso sviluppo) ad offrire occupazione e una occupazione buona e in linea con le loro attese ai propri abitanti.

A questi fenomeni si è accompagnata una domanda di lavoro insoddisfatta nelle zone-distretti dell’interno dell’area collocate tra l’Autostrada Firenze Mare e la Valle dell’Arno fino a Firenze con polarizzazione le due grandi realtà rappresentate da Pisa e da Firenze.

Inoltre la stessa area vasta Lucca-Pisa-Livorno si è sempre più aperta come Mercato del Lavoro a Forza Lavoro che viene dall’esterno (pendolari e immigranti regionali; migranti nazionali, comunitari e extracomunitari) e da essa si diparte Forza Lavoro verso l’esterno (sostanzialmente verso il Centro della Regione e il Nord d’Italia sia con processi di mobilità provvisoria che di migrazione permanente).

La crisi da globalizzazione è una sfida e una scommessa per il nostro contesto, basta vedere i primi dati sul suo impatto e sulle tensioni sul mercato dei lavori in area vasta.

Ci si deve aspettare una accentuazione di questi fenomeni in una crescente eccedenza di offerta di lavoro in molti segmenti significativi almeno nel medio periodo, con tutte le tensioni che possono derivare dalla “contaminazione territoriale” che si sviluppa nella crescente separatezza tra luogo di residenza e luogo di lavoro ben oltre i confine e le competenza istituzionale con cui si cerca di presidiare a livello locale le energie virtuose e i disastri del mercato dei lavori.

2. le prospettive per il 2009

In effetti occorre imparare a rideclinare l’obbiettivo dell’occupabilità (strategia di Lisbona 70% di occupati al 2010!) come strumento di inclusione sociale in un contesto nuovo e non completamente prevedibile, superando tutte le ingenuità di fasi espansive lineari con le quali colmare i deficit sociali e rinsaldare la coesione sociale.

Si deve operare e attrezzare strategie in una dimensione restrittiva dei mercati (confindustria teorizza una crescita di 1/4 dei disoccupati e la CGIL parla di 600.000 posti di lavoro in meno in un anno insieme ad imponenti crescite della Cassa Integrazione), in cui le relazioni tra Capitale e Lavoro, tra competizione e produttività, tra i diversi segmenti della domanda e della offerta e tutti gli elementi di distribuzione e redistribuzione sociale dei redditi e della ricchezza, saranno messi a dura prova.

Se riportiamo queste previsioni in area vasta possiamo toccare meglio queste previsioni negative, certo scontando la semplificazione di dotarsi di statistiche “nasometriche” e puramente indicative (in realtà le criticità si spalmeranno con modalità tutte da scoprire!)

DATI ISTAT 2007 SU IPOTESI CGIL E IPOTESI CONFINDUSTRIA

IPOTESI CGIL - 600.000 OCCUPATI

(CGIL)

IPOTESI +2,3% DISOCCUPAZIONE

( CONFINDUSTRIA)

DATI 2007

OCCUPATI

CGIL

TOT. 2009

DIFFERENZA

DATI %2007 DISOCCUPATI

CONFINDU-

STRIA %2009

NUMERO 2009 DISOCCUPATI

ITALIA

23.222.000

22.622.000

600.000

6,1

8,4

2.106.000

Toscana

1.550.000

1519.000

31.000

4,3

6,6

97.000

Lucca

157.000

153.860

3.140

3,7

6,0

9.500

Livorno

129.000

126.500

2.500

4,5

6,8

8.000

Pisa

172.000

168.560

3.440

4,6

6.9

11.000

Un richiamo ai differenziali accumulati rispetto alla strategia di Lisbona rende ancora di più chiara la criticità di questo quadro (risparmiamo l’esposizione degli scenari di genere e generazione!).

DATI ISTAT 2007 + DATI IPOTESI CONFINDUSTRIA 2009

DEFICIT STRATEGIA DI LISBONA

SU DATI ISTAT 2007

DEFICIT STRATEGIA DI LISBONA

SU IPOTESI CONFINDUSTRIA 2009

% DEFICIT OCCUPATI /70%

POSTI DI LAVORO AGGIUNTIVI CORRISPONDENTI

% DEFICIT OCCUPATI /70%

POSTI DI LAVORO AGGIUNTIVI CORRISPONDENTI

ITALIA

11

4.488.000

13,3

5.088.000

Toscana

5

125.000

7,3

156.000

Lucca

8

20.000

10,3

23140

Livorno

11

25.000

13,3

27.500

Pisa

5

14.000

7,3

17.440

La crisi in atto esalterà dinamiche e tendenze in atto con un quadro, almeno nel medio periodo, di accentuazione delle difficoltà occupazionali e di competizione delle “offerte” di lavoro sugli (scarsi) posti disponibili, con saldi netti crescenti di eccedenza di offerta nella maggior parte dei segmenti professionali, e con una crescita delle aree a rischio di esclusione sociale e della tensione tra i segmenti autoctoni e quelli non autoctoni della forza lavoro.

Ne va evidentemente della stessa coesione sociale e di equilibri sociali cui siamo abituati. E ne va anche di un ruolo delle istituzioni rispetto alle difficoltà sociali e alle sfide che la competizione globale mette sul tavolo.

3. integrare le politiche locali per il lavoro?

A situazione eccezionale (come la crisi in cui stiamo entrando) occorre rispondere con misure e iniziative eccezionali, perché le minestre riscaldate servono veramente a poco e le ricette pensate per altri contesti e momenti possono risultare non solo inefficaci ma addirittura letali se non apparenti (pensiamo alle ultime finanziarie nazionali e ai bilanci pubblici locali pensati prima della crisi, ma anche alla pianificazione strutturale e operativa di tanti fondi comunitari e alla negoziazione sindacale prima di questo tsunami).

La crisi puo’ trovare risposte localistiche o risposte integrate e proporzionate al mercato dei lavori su cui dobbiamo operare e che è sempre piu’ proprio delle relazioni tra domanda e offerta di lavoro che caratterizzano la nostra area.

Le nuove contraddizioni che si affacceranno nel fiume carsico dei mercati del lavoro che scorre sotto ogni migliore idea o necessità o intuizione volenterosa, promossa dalle istituzioni o dalle forze sociali, occorre che trovino risposte aggiornate e per quanto possibili “forti” almeno per gli obbiettivi che verranno assegnati alle stesse politiche locali del lavoro (questo evidentemente vale per tutte le politiche locali a partire da quelle per lo sviluppo e per la protezione sociale).

Ci dobbiamo domandare se non valeva la pena in questo quadro e a maggior ragione se oggi non vale la pena, di integrare e mettere in sinergia le politiche locali per l’occupazione tra le tre province, siano esse prodotte dalle stesse province con i loro 11 centri per l’impiego e dalla concertazione sociale da loro promossa,o dalle imprese-datori di lavoro, o dalla contrattazione territoriale o dalle negoziazioni aziendali, coordinandole strettamente con le dinamiche territoriali di mercato presenti dando vita a politiche a favore delle emergenze occupazionali e di esclusione sociale congiunte.

4. l’innovazione delle politiche del lavoro

Individuare una collocazione non “ancellare” delle politiche del lavoro rispetto alle politiche dello sviluppo o alle politiche contro l’esclusione sociale, significa riuscire ad operare “per il mercato” (per ottimizzarne la funzione sociale e redistributiva) e “sul mercato” dei lavori (per sostenere i segmenti della domanda di lavoro più promettenti dal punto di vista dello sviluppo, e i segmenti dell’offerta a rischio di esclusione sociale o assolutamente necessaria per la domanda “non coperta”).

Questo rende quindi necessario una vera innovazione nei modi di fare e di essere delle politiche del lavoro locale, siano esse alimentate dalle politiche istituzionali attive e passive nazionali e/o regionali, o dalle politiche del lavoro a livello locale, dagli organismi bilaterali, dalla attività rivendicativa e negoziale delle forze sociali, visti questi momenti nella loro autonomia o ponendoli virtuosamente in sinergia sulle diverse prospettive con cui si possono influenzare e orientare i flussi e gli stock sia della domanda che dell’offerta.


PER UNA AGENDA PER IL LAVORO IN AREA VASTA

5. integrare le politiche istituzionali, aziendali e negoziali per il lavoro

Schematicamente una agenda di area vasta sui temi del lavoro (viste le possibili politiche locali per il lavoro e stanti le competenze dominanti statali sul lavoro e sui mercati dei lavori, e le competenze regionali e provinciali in tema di politiche locali per l’occupazione, di lotta contro la disoccupazione e contro la esclusione sociale e relative alla organizzazione dei servizi locali per l’impiego, la formazione professionale e l’orientamento ) deve saper tenere in sinergia rispetto alle dinamiche delle domande e delle offerte di lavoro: istituzioni; forze produttive; la concertazione e la negoziazione sociali; sfuggendo ai ruoli dirigistici o di pagamento di ultima istanza delle istituzioni ma superando anche i ruoli di sola e mera rappresentanza degli interessi delle forze sociali.

Generare infatti sviluppo e occupazione con gli schemi di concertazione e governance oggi possibili e disponibili è ben difficilmente perseguibile almeno nella ottica di operare “per il mercato” e “sul mercato” dei lavori in area vasta Pisa-Livorno-Lucca.

5.1 il ruolo delle istituzioni

Le istituzioni devono porsi l’obbiettivo di definire una cornice di cooperazione (e di integrazione ) istituzionale capace di superare il differenziale tra i localismi che si definiscono con 3 province e 11 centri impiego (e con le politiche particolari da queste realtà definite), e una dimensione di mobilità dei fattori della domanda e dell’offerta di lavoro in area vasta che supera sempre più i confini istituzionali.

Questo movimento ha proceduto senza adeguati supporti e orientamenti a partire dalla disponibilità di un sistema informativo relativo alla domanda e all’offerta di lavoro disponibili e necessarie nella stessa area vasta, mentre le sacche di difficoltà sociale e professionale sono state trattate con ottiche di nicchia spesso non coordinate sui fattori di mercato o di semplice protezione dai mercati.

Ci si è cosi’ spesso trovati a piangere nelle zone ad alto tasso di disoccupazione senza nemmeno cercare di sopperire alla manodopera ricercata affannosamente in altre zone (anche ora già in tempo di crisi!!) e spesso dietro l’angolo di un semplice confine istituzionale.

Si è arrivati a non sostenere ( o meglio a lasciarlo alle logiche dei treni regionali o del pendolarismo su mezzi propri e del passa parola sul mercato) il grande moto indotto dai bisogni e dalla necessità di miglioramento e promozione sociale che genera il sempre più vorticoso movimento di cittadini in area vasta in un quadro di sempre maggiore distanza tra il luogo di residenza e il luogo di lavoro (si vedano le statistiche del pendolarismo disponibili), e si è arrivati a non governare il movimento del lavoro, dei lavoratori e della ricerca di lavoro, verso l’esterno e dall’esterno della stessa area vasta .

Anche la crescente presenza di lavoratrici e lavoratori extracomunitari e comunitari sempre più necessari allo sviluppo dell’intera area a partire dalle funzionalità professionali rigettate dagli autoctoni, sfugge oggi ad ogni logica di governo e orientamento, nonostante la crescente criticità di tale problematica specialmente insieme a quella della esplosione delle aree a difficoltà sociale.

Come è semplicemente un non senso rivendicare migliori strategie locali per l’occupazione se non assumiamo anche l’obbiettivo di decentralizzare e flessibilizzare sui diversi contesti locali l’imponente sistema statale di incentivi all’occupazione e il rigido sistema di ammortizzatori sociali, è anche un non senso persistere in politiche localistiche che non affrontano il nodo della integrazione delle stesse politiche, della trasferibilità e portabilità degli incentivi sull’intera area vasta, e che non si promuovono maggiori simmetrie nei progetti e nelle azioni operative.

Le tre province infatti rischiano se non c’è un salto di qualità a partire da una maggiore integrazione sui temi delle politiche attive del lavoro,di rimanere al palo rispetto alle dinamiche di mercato (una per tutte l’attrattività dell’asse tra la FI-PI-LI e l’autostrada Firenze Mare in misura crescente verso Firenze, e i traversoni occupazionali costituiti dalla nautica, dalla componentistica d’auto, dalle energie, dai porti e dall’aeroporto sulla costa ), e rischiano cosi’ di rimanere custodi di ricchi fondi comunitari dispersi in dimensione localistiche e non strategiche che non riescono a smuovere e condizionare i fiumi carsici che scuotono le opportunità stesse del lavoro in area vasta e ne condizionano i livelli di prestazione e di reddito.

Tutto questo rende assolutamente prioritaria l’istituzione di un osservatorio dei mercati dei lavori in area vasta capace di ricostruire le complesse dinamiche in atto e ricostruire potenzialità e possibilità di intervento, e la costituzione di una borsa lavoro di area vasta d’intesa tra i centri per l’impiego e le agenzie private per l’impiego, dotata delle necessarie capacità di personalizzazione e adattamento ai contesti organizzativi di prossimità e specializzazione produttiva.

5.2 il ruolo delle forze produttive

Le forze produttive in generale dovranno ridefinire politiche delle risorse umane e del merito più congeniali alla qualificazione della forza lavoro e al miglioramento della qualità e produttività della stessa, sfuggendo a logiche inerziali in cui, nell’intero sistema toscano, si sono privilegiate politiche di contenimento dei costi invece che di sviluppo della produttività e dell’innovazione, privilegiando la gestione di profili a bassa qualificazione e forte intensità di lavoro rispetto a profili ad alta e qualificata produttività e qualificazione.

Solo se le aziende affronteranno la competizione globale (che non viene più da paesi tecnologicamente arretrati!) migliorando nettamente il proprio profilo organizzativo e la loro qualità professionale e delle professionalità acquisite potranno misurarsi con le sfide di questa fase e potranno pensare di occupare quei segmenti di mercato in cui la toscana puo’ eccellere e misurarsi, portando a valore la sua duttilità millenaria di comprendere e interpretare clienti e mercanti.

Le strutture di formazione e ricerca potranno essere strategiche a questo disegno se riusciranno ad accompagnarlo coniugando il loro accademico “cosmopolitismo” e le loro performance di eccellenza con una sempre maggiore e duttile capacità di essere “organiche” ai bisogni e alle necessità della società che le ha promosse e le sostiene nella sua migliore tradizione.

Le (scarse) risorse pubbliche locali possono su questi terreni giocare un ruolo strategico iniziando a segmentare strategicamente l’obbiettivo della crescita occupazionale e della inclusione sociale, e imparando a concentrare aiuti diretti e indiretti a questo obbiettivo con strategie e concentrazioni di risorse adeguate alle necessità sia sul lato della domanda che sul lato dell’offerta di lavoro.

Ai datori di lavoro, con particolare riferimento ai datori di lavoro “sociali”, occorre anche riferire una parte sostanziale nel contenimento della esclusione sociale, garantendo le parti pubbliche idonei risarcimenti in termini dei differenziali produttivi che le aziende possono trovare a gestire o dei posti di lavoro non finanziabili dai mercati direttamente e garantendo la contrattazione sindacale idonei strumenti di redistribuzione delle azioni di integrazione occupazionale dei soggetti a rischio.

5.3 il ruolo delle forze sociali

Per ultimo ma per primo, occorre confermare che le forze sociali dovranno iniziare sempre più a confrontarsi e a negoziare sui temi dei mercati dei lavoro locale ponendosi obbiettivi cornice alla loro azione (cioè di regolazione e orientamento del lavoro dal punto di vista delle politiche contrattuali) e cercando di uscire dal guscio della rappresentanza di interessi e delle sole situazioni aziendali per acquisire lo spirito e la responsabilità tipici dei facilitatori di sviluppo e innovazione.

Il fattore competitività infatti sollecita diverse composizioni nel rapporto tra capitale e lavoro e tra rappresentanza sociale degli interessi, e rappresentanza politico-istuzionale tale che sembra necessario sfuggire al reducismo di una modalità più tradizionale di sviluppo della stessa rappresentanza sociaialemuovendola primazia tipica della rappresentanza politica).

Anche qui occorre un netto salto di qualità rispetto alla passività negoziale con cui, nel decennio passato, si è dato vita a dei patti territoriali a Pisa e a Livorno, per sperimentare una contrattazione attiva capace di orientare e condizionare le trasformazioni in atto definendo regole e trattamenti consoni ai contesti in cui la stessa negoziazione intenda pesare.

E’ evidente che tutto questo significa dover fare anche i conti con un modello di contrattazione centralizzata e centralistica (ammalata di tendenze para e antigovernative) che non riesce più a rispondere all’obbiettivo di tenere insieme governo dei mercati e dei diritti dei lavoratori.

Occorre da questo punto di vista che i contenuti della contrattazione locale riescano a determinare:

a) il contesto per nuovi investimenti o riconversioni, favorendo la fase iniziale di tali attività e incentivando la localizzazione di imprese e attività usufruendo delle flessibilità oggi possibili nell’attuale modello contrattuale;

b) l’inserimento di nuove e qualificate leve nella forza lavoro e le modalità di sostegno all’acquisizione di esperienze e capacità professionali favorendo la messa in sinergia e la concentrazione delle risorse oggi disponibili degli enti bilaterali, dei fondi interprofessionali, delle stesse aziende e dei fondi pubblici nazionali, regionali, locali finalizzati alla qualificazione e all’aggiornamento professionale;

c) logiche di occupabilità a favore delle quote più deboli e di quelle a rischio di esclusione sociale pienamente in sinergia con le politiche pubbliche di contenimento del rischio di esclusione sociale;

d) una gestione attiva delle criticità occupazionali anche sperimentando mobilità da azienda a azienda e l’uso innovativo e inclusivo degli ammortizzatori sociali (garantendo la disponibilità di tali politiche alle quote di subordinati e paraautonomi non coperti da adeguate protezioni sociali e impegnandosi sempre più contro la realtà del lavoro informale e irregolare che spesso accompagna la “passivizzazione” dei lavoratori nel corso delle crisi occupazionali);

e) la gestione “spalmata” del rischio congiunturale occupazionale con contratti di solidarietà e il mix tra CIG part-time e attività produttiva ridotta nella prospettiva dei contratti di solidarietà e delle settimane corte di solidarietà tedesche

f) la proposizione di eventuali azioni in deroga rispetto ai ccnl, specialmente in ordine all’obbiettivo di limitare le precarietà e la presenza di contratti non standard, confermando tali deroghe come modalità operative non discriminatorie in termini di genere, generazione, nazionalità e regione d’origine.

bozza di documento LE Pisa Livorno




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24 novembre 2008

AREA VASTA/glocalismo: le politiche del lavoro in area vasta

Il mercato dei lavori delle Province di Lucca, Pisa, Livorno, e delle aree territoriali degli 11 centri per l’impiego da esse dipendenti si sta integrando sempre più a partire dalle figure professionali a più alta mobilità territoriale (impiegati professionali e pubblici; tecnici e Operai specializzati), e a partire dalle crescenti difficoltà di alcune aree di questo vasto territorio ad offrire occupazione e una occupazione buona ai loro abitanti (prevalentemente nelle zone costiere più urbanizzate e nelle zone marginali a declino agricolo e scarso sviluppo), e a partire dalla insorgenza di domanda di lavoro insoddisfatta nelle zone-distretti dell’interno dell’area collocate tra l’Autostrada Firenze Mare e la Valle dell’Arno fino a Firenze.

Inoltre la stessa area vasta Lucca-Pisa-Livorno si sta sempre più aprendo come Mercato del Lavoro a Forza Lavoro che viene dall’esterno (pendolari e immigranti regionali; migranti nazionali, comunitari e extracomunitari) e da essa si diparte Forza Lavoro verso l’esterno (sostanzialmente verso il Centro della Regione e il Nord d’Italia sia con processi di mobilità provvisoria che di migrazione permanente).

La crescente diversificazione e flessibilità dei Mercati del Lavoro rende assolutamente non univoci questi fenomeni che vanno ricostruiti segmento per segmento del sempre più complicato reticolo dei mercati dei lavori in cui la relazione tra domanda e offerta supera sempre più una visione un po’ infantile in cui il mondo della offerta entrava in relazione alla domanda semplicemente saturandone le opportunità con modalità flessibili-adattative, e all’eccedenza di offerta di lavoro non rimaneva altra che adattarsi ulteriormente alle opportunità disponibili o migrare.

In area vasta dunque si sovrappongono fenomeni di eccedenza di forza lavoro con fenomeni di domanda insoddisfatta di forza lavoro, livelli dequalificati di prestazione lavorativa (endemici come nel resto della Toscana) con livelli di eccellenza specialmente attorno ai grandi servizi universitari, alle produzioni di alta tecnologia e di ricerca, ai grandi servizi ospedalieri e di comunicazione, fenomeni di rifiuto di alcuni lavori e attività e forti processi migratori da cio’ attratti (in edilizia, in molte attività manifatturiere, nei servizi domestici), con fenomeni di mobilità e migrazione collegati alla ricerca di buon lavoro magari per affermare titoli di studio o specializzazioni professionali, e necessari per far fronte a bisogni primari occupazionali.

Ci dobbiamo domandare se non vale la pena a questo punto, di integrare e mettere in sinergia le politiche locali per l’occupazione tra le tre province, essendo le stesse con eccedenze di forza lavoro che ritrovano o cercano collocazione in aree limitrofe, con carenze di forza lavoro specifica e contingenti che vanno ingrossandosi di migranti dall’esterno, con forza lavoro eccedente non assorbibile nei bacini territoriali/settori economici di appartenza anche in ragione delle torsione verso la terziarizzazione dell’intera economia e della crisi da globalizzazione che sta generandosi e del crescente dualismo tra manodopera specializzata e quella dequalificata, e tra manodopera “garantita” e manodopera “precarizzata”.

Ci dobbiamo domandare se tale integrazione non risulta assolutamente necessaria innanzitutto per prendere atto definitivamente della crescente distinzione tra le zone di residenza e le zone di occupazione, e della concentrazione di queste ultime in zone relativamente ristrette e con baricentro sempre più spostato verso l’area Fiorentina (con cio’ confermando ulteriormente le difficoltà occupazionali dell’area Toscana più prossima al mare).

Ci dobbiamo domandare se non risulta necessario oggi, proprio anche in ragione dell’accentuazione delle difficoltà sociali ed economiche che deriveranno dalla crisi economica in cui stiamo entrando (crisi tale da superare la dimensione settoriale a cui ci hanno abituato le ristrutturazione post-boom economico a partire dagli anni 70) un coordinamento migliore delle politiche di sviluppo e di costituzione di nuovi giacimenti e opportunità occupazionali in area vasta, ma anche una messa in sinergia delle politiche di contenimento delle difficoltà sociali e di lotta contro l’esclusione sociale che non possono assolutamente evitare di fare i conti con i rischi e l’opportunità della crescente integrazione territoriale delle diverse realtà occupazionali disponibili e attese (che supera sempre più un malinteso concetto di sviluppo localistico-campanilistico).

In effetti la coesione sociale diventa sempre più un obbiettivo sensibile e difficile da realizzare, e a poco possono le chiusure nei confini istituzionali, o il rinchiudersi in vantaggi e risorse marginali.

La sfida che sui mercati stanno affrontando e subendo aree crescenti di cittadini con la loro mobilità territoriale e sociale deve trovare le istituzioni locali pronte a confrontarsi con la medesima dimensione per porre in essere politiche sinergiche di ottimizzazione degli stessi mercati dei lavori, di regolazione e tutela dei soggetti che alimentano gli stessi mercati per quanto possibile dal punto di vista delle autorità locali, di azioni comuni a favore delle aree a rischio di esclusione sociale e contagiate dal cattivo lavoro.

Paolo borghi x www.libertaeguale.eu 24/11/2008




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20 ottobre 2008

PISA-LIVORNO/CONVEGNO LE DUE CITTA'

 

lunedi 20 ottobre, all'Hotel Continental di Tirrenia, a partire dalle 18

due Cittàun Futuro

leggi o guarda i video

tutta la documentazione




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7 ottobre 2008

REGOLE DEL LAVORO/ICHINO/LA RAPPRESENTANZA DIMENTICATA

 

GLI OSTACOLI ALL’ACCORDO SULLA RIFORMA DELLA CONTRATTAZIONE COLLETTIVA SONO SUPERABILI. E, IN QUESTO MOMENTO DI CRISI GRAVE, SUPERARLI E’ NECESSARIO

Articolo pubblicato su la Repubblica del 5 ottobre 2008

Un sistema di relazioni sindacali che funziona bene è un grande gioco a somma positiva. Esso, producendo accordo e cooperazione, consente che si ingrandisca la “torta” da spartire; e la distribuisce in modo che tutti ci guadagnino. Nel momento attuale di gravissima crisi economica e finanziaria mondiale, il nostro Paese – già da tempo in affanno – avrebbe un estremo bisogno di attivare questo gioco a somma positiva. Ecco perché non possiamo rassegnarci al collasso del sistema di relazioni sindacali, che invece conseguirebbe a un fallimento del negoziato in corso tra Confindustria e confederazioni sindacali maggiori.

Certo, non è facile conciliare l’obiettivo fondamentale del negoziato, cioè quello di legare una parte maggiore delle retribuzioni all’andamento delle singole imprese, con la necessità di difendere i livelli retributivi anche nelle aziende dove il sindacato non riesce a contrattare. Ma una soluzione a questo problema può essere trovata: si può pensare che sia lo stesso contratto nazionale a istituire un premio legato alla produttività aziendale (costituito, per esempio, da una percentuale del margine operativo lordo dell’impresa), consentendo che nei luoghi di lavoro esso possa essere ricontrattato e anche integralmente sostituito. In altre parole, può essere il contratto nazionale stesso che compensa il necessario contenimento della dinamica dei minimi tabellari con una voce retributiva legata all’andamento aziendale, suscettibile di rinegoziazione al livello di impresa. Se c’è la volontà di perseguire l’accordo e di rilanciare il nostro sistema di relazioni sindacali, è sicuramente possibile individuare un nuovo assetto che non penalizzi nessuno e inneschi invece la crescita delle retribuzioni dovunque sia possibile un aumento della produttività.

C’è, però, un altro capitolo del difficile negoziato in corso, del quale si sente parlare troppo poco: quello della riforma della rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro. È, questo, un capitolo importantissimo, perché è soltanto attraverso questa riforma che si può valorizzare il pluralismo sindacale come una ricchezza preziosa, senza tuttavia favorire il frazionamento delle rappresentanze, che genera paralisi. Che nei luoghi di lavoro possano confrontarsi e competere visioni e strategie sindacali diverse è una ricchezza preziosa, a condizione che, dove esse non trovino una sintesi, i lavoratori possano scegliere periodicamente il sindacato o la coalizione legittimata a negoziare con effetti generali.

Cgil, Cisl e Uil hanno già delineato, nella “piattaforma” presentata a maggio, una riforma compiuta di questa materia, sulla quale non sarebbe difficile raggiungere un accordo anche con la Ugl. Confindustria, dal canto suo, pur manifestando qualche perplessità su qualche dettaglio di quella soluzione, è disposta ad accettarla. Perché dunque non si incomincia a “firmare” subito almeno questo capitolo cruciale dell’accordo?

È questo, probabilmente, il livello massimo di unità sindacale realizzabile oggi: una cornice di regole nella quale si esprima innanzitutto il riconoscimento e il rispetto reciproco tra organizzazioni diverse, la comune accettazione del principio di democrazia sindacale, l’interesse a un civile confronto. Una cornice, dunque, che consenta – là dove l’unità d’intenti e d’azione non è possibile – la sperimentazione negoziale dell’una o dell’altra strategia, la verifica dei suoi risultati, il rafforzamento delle esperienze positive e il mutamento di linea quando la scelta compiuta non dia i risultati sperati.

Se l’accordo si raggiungesse anche soltanto su questo punto – e non si vede davvero alcun motivo per cui ciò non possa accadere, nei giorni prossimi – esso segnerebbe una tappa importantissima nella storia del sistema italiano di relazioni industriali.




permalink | inviato da borghino il 7/10/2008 alle 22:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

7 ottobre 2008

LIBRI/Damiano/La controriforma del mercato del lavoro

 

 

Questione sociale e decreti nei primi 100 giorni del Governo Berlusconi

Introduzione di Cesare Damiano


Questo volume vuole essere un’utile guida per approfondire, sotto il profilo politico e tecnico, i contenuti della manovra del governo Berlusconi e le relative implicazioni sui temi del mercato del lavoro e della salute e sicurezza dei lavoratori.
Vengono presi in esame i decreti relativi all' emergenza rifiuti in Campania, al potere d’acquisto delle famiglie, alla proroga termini e alla manovra finanziaria.

Il libro contiene l’estratto dei testi legislativi, gli emendamenti, gli ordini del giorno ad essi riferiti, le interrogazioni a risposta immediata (question time) e le mozioni.

Contiene, inoltre, un saggio di Donata Gottardi, europarlamentare del Partito Democratico, intitolato “Uno sguardo dal Parlamento europeo”, che esamina tutti i temi sociali e del lavoro dibattuti in Europa.

Vi è una preziosa guida alla lettura dei decreti redatta dall’Ufficio Legislativo della Camera del Partito Democratico, nelle persone di Paolo Casali e Monica Morabito, che consente un’ agevole approfondimento delle tematiche che riguardano il lavoro e uno sguardo d’insieme sul significato dell’intervento legislativo.

Abbiamo voluto produrre questo volume per valorizzare l’iniziativa parlamentare del gruppo del Partito Democratico e, in particolare, dei componenti della Commissione Lavoro e dell’Ufficio Legislativo, anche per favorire la costruzione di un punto di vista del nostro partito sui temi sociali e del lavoro , e per proseguire una forte battaglia di opposizione basata essenzialmente sui contenuti.


La manovra economica

Per quanto riguarda la valutazione sulla manovra economica sicuramente si può dire, utilizzando una vecchia formula, che ci troviamo di fronte ad una sorta di “omnibus” che contiene di tutto e di più.

Vorrei soffermarmi esclusivamente sui temi economici, sociali e del lavoro che, con grande accortezza, sono stati sparsi dal governo nelle numerosissime pagine dei decreti.

Qual è la conseguenza di questa azione?
Va rilevato intanto siamo di fronte ad una raffica di fiducie che hanno strozzato il dibattito parlamentare. La Commissione Lavoro della Camera, per bocca del suo Presidente (di Alleanza Nazionale), ha comunicato al Presidente Fini che rinunciavamo a dare un parere sulla manovra in quanto, pur essendo sede consultiva, non eravamo stati messi in grado di esprimerlo; ragionavamo su un testo ormai obsoleto ed, inoltre, il contingentamento del dibattito ci ha impedito addirittura di tenere riunioni che avessero una qualche parvenza di dignità formale.

Siamo stati costretti, quindi, come Commissione Parlamentare,a rinunciare a compiere il nostro lavoro.

A causa di questo modo di procedere, volutamente intenzionale e confuso da parte del governo, sono derivate due conseguenze: l’umiliazione del Parlamento, che è diventato una sede di pura ratifica, con le Commissioni che hanno seguito la stessa sorte; la cancellazione di qualsiasi confronto con le parti sociali.

La concertazione, che durante il precedente governo abbiamo praticato, è stata calpestata ed abolita. In sostanza, non solo non c’è concertazione, ma neanche consultazione, coinvolgimento o semplice informazione.

Questo è un argomento estremamente importante sul quale una discussione sarebbe necessaria, anche perché l’esecutivo assume atteggiamenti fortemente contraddittori. Ricordiamo tutti l’insistenza con la quale il Ministro del Lavoro ha sempre detto che ci vuole “complicità” tra le parti sociali e rispetto per la loro autonomia. In realtà si è poco rispettosi quando sui temi sociali non c’è neanche l’ informazione preventiva.
Per quanto riguarda il merito, mano a mano che si chiariscono i profili essenziali della manovra, il nostro giudizio diventa sempre più negativo.

C’è da rilevare lo stato di narcosi che ha colpito il paese dal momento dell’insediamento del governo e che sembra aver lasciato tutti attoniti di fronte a questi “meravigliosi” decreti che, secondo la gran parte dei quotidiani, porterebbero ingenti risparmi per le famiglie se si sommano i benefici dell’ICI, degli straordinari e dei mutui a tasso variabile che vengono spalmati su un numero più lungo di anni. Una sensazione di sbigottimento che ha lasciato tutti piuttosto silenziosi o ha provocato reazioni sottotono per un certo periodo di tempo, nel campo politico e in quello sociale. Comincia adesso un lento risveglio, perché ci rendiamo ormai tutti conto di quale sia la vera natura di questa manovra.

Con il taglio orizzontale delle spese si colpiscono gli investimenti per le infrastrutture condannando, in questo modo, soprattutto il Mezzogiorno alla marginalizzazione; si riducono drasticamente le risorse destinate al settore pubblico, a partire dalle forze dell’ordine : non è possibile che il centrodestra agiti come bandiera, durante la campagna elettorale, il tema della sicurezza, che è molto importante per il paese e, al tempo stesso, colpisca attraverso tagli indiscriminati le retribuzioni e le potenziali assunzioni di nuovo personale nelle stesse forze di polizia.

E’ una contraddizione evidente ed è significativo il fatto che questi lavoratori abbiano manifestato contro il governo di centrodestra e che, per la prima volta,tutti i loro sindacati abbiano avuto la capacità di convergere su una piattaforma comune di richieste.

Quella del governo è una manovra sbagliata perché non aiuta lo sviluppo del paese e non fa crescere la produttività. Come si fa a dire che si favorisce il suo aumento quando per tutti i lavoratori pubblici si riducono gli stipendi tagliando le risorse destinate proprio al salario di produttività? O quando si negano le risorse economiche necessarie per il rinnovo di contratti che tutelino il potere d’acquisto delle retribuzioni? O quando, si blocca il turn over riducendo l’occupazione in settori strategici quali quelli della sicurezza o dei servizi alle persone? Oppure, se si spaccia per produttività la detassazione degli straordinari che, semmai, è un aumento di produzione ed una diminuzione di costo per ora lavorata? O quando vengono detassati, non solo il salario contrattato attraverso l'istituto del premio di risultato, ma anche le erogazioni “liberali” delle imprese che hanno come scopo quello di non riconoscere la negoziazione sindacale in azienda? Che fine fa,in questo caso, quella “complicità” tra impresa e lavoro evocata ad ogni piè sospinto dal Ministro Sacconi?
Le contraddizioni sono evidenti. Sviluppo, produttività ed equità rimangono solo parole. Sfido chiunque ad affermare che la manovra sull’ICI sia una soluzione di equità sociale.

L’aveva già eliminata il governo Prodi per i cittadini con redditi medio-bassi e, di conseguenza, per le prime case non di lusso. Berlusconi la toglie a coloro che sono più ricchi e che hanno altri redditi ed altre proprietà. Nella logica della redistribuzione delle risorse, se vogliamo che si compiano scelte a vantaggio di chi ha meno, non si può abolire l’ICI anche a chi pagava
2000-3000 euro l’anno perché proprietario di appartamento signorile.

In questa manovra scompare l’emergenza del potere d’acquisto delle famiglie: non ve n’è traccia, mentre doveva essere la sua leva fondamentale, il suo cuore. Crea in tutti sconcerto il fatto che vengano destinati alcuni miliardi all’ICI, quando quella quantità di risorse poteva essere saggiamente dirottata per migliorare il potere d’acquisto delle retribuzioni e delle pensioni: noi, su questo, avevamo già fissato gli incontri con le parti sociali e, se non fosse caduto il governo, avremmo realizzato la seconda fase della concertazione con l’obiettivo della detassazione di salari e pensioni. Questa misura rimane una nostra priorità.

Tutto questo ci spiega il senso di una manovra negativa che non risponde alle esigenze fondamentali del paese. Tra l’altro, siamo in un contesto internazionale estremamente precario che, ovviamente, non dipende dal governo. Ma proprio per questo sarebbe stato necessario assumersi la responsabilità di varare una manovra corrispondente alla gravità della situazione nazionale e internazionale. Basti ricordare l’altalena del costo del barile di petrolio, oppure la questione dei mutui subprime che non ha cessato di avere la sua influenza negativa sulle borse di tutto il mondo, accanto ad una inflazione che ormai è schizzata al 4%, se parliamo di media. Infatti se consideriamo i prodotti che arrivano sulla nostra tavola l’indice è molto più alto e, quando utilizziamo i servizi pubblici o paghiamo le bollette, ci rendiamo conto che l’aumento è molto più marcato.

E’ in questo contesto che risulta ancora più inefficace questa manovra che attua il risanamento in una logica che non ha gli elementi di selettività che sarebbero necessari. Far quadrare i conti va bene,ma se non c’è contemporaneamente equità sociale, alla fine si sceglie di andare contro la parte più debole del paese.

Ci troviamo di fronte ad una deregolazione feroce delle tutele sociali. Per questa definizione Maurizio Sacconi mi ha rimproverato. Infatti, io adopero raramente aggettivi del genere, ma in questo caso siamo veramente di fronte ad una deregolazione che è giusto definire “feroce”, perfino insensata, cieca al punto tale che il governo ha dovuto, grazie alla nostra opposizione, fare marcia indietro su alcune norme, talmente era vessatoria la volontà di abbassare le tutele del mercato del lavoro efficacemente regolate con il Protocollo dello scorso anno.


Una controriforma del lavoro.

Per fotografare la situazione dobbiamo parlare semplicemente di una controriforma caratterizzata da una volontà di liberalizzare nuovamente il mercato del lavoro. In sostanza, si rompe quell’equilibrio di regole fra le imprese e i lavoratori al quale noi abbiamo sempre guardato.

Siamo assolutamente sensibili al fatto che nella globalizzazione l’impresa debba garantirsi una competitività ed una buona flessibilità. Non lo abbiamo mai negato, valorizzando la contrattazione tra le parti sociali quando essa ha riguardato l’istituzione della banca delle ore o gli orari plurisettimanali e stagionali e realizzando una legislazione di sostegno alla buona flessibilità.

Abbiamo sempre detto che ogni rapporto di lavoro deve essere qualificato per quello che è: un lavoro “a progetto”, sembrerà banale, deve avere un progetto, perché altrimenti si chiama semplicemente lavoro “subordinato”. Tutto qui.

Non abbiamo mai messo in discussione la natura del rapporto di lavoro, ma abbiamo sempre voluto accertare che essa corrispondesse effettivamente al lavoro svolto e richiesto dall’impresa. Da qui la ricerca di giuste tutele per i lavoratori. La manovra del governo invece porta alla rottura dell’equilibrio tra ragioni dell’impresa e del lavoro: silenziosamente, c’è stata una profonda manomissione unilaterale del protocollo del 23 luglio del 2007.

Vuol dire che qui c’è una doppia insensibilità: la prima è nei confronti delle parti sociali che hanno siglato quel compromesso. A questo proposito mi ha molto colpito una dichiarazione di Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria, che ha affermato che la sua associazione ha firmato il Protocollo soprattutto per la norma relativa alla decontribuzione del salario di produttività che, però, il governo Prodi non avrebbe finanziato.
E’ una dichiarazione infondata. Le risorse le abbiamo stanziate con un apposito decreto firmato da me e da Padoa Schioppa lo scorso 7 maggio, ben 650 milioni di euro all’anno per il triennio 2008-2010,che è stato pubblicato nel mese di agosto sulla Gazzetta Ufficiale, nonostante il sostanziale disinteresse dell’attuale esecutivo.

Suggerirei al governo, quando entrano in vigore norme volute, decise, decretate e finanziate nella precedente legislatura, di non avere timore a dirlo: vale per i voucher per l’agricoltura che riguardano la vendemmia effettuata da studenti e per i pensionati , che entrerà in vigore quest’autunno; vale per Silvio Berlusconi, che ha dichiarato di essere un Presidente “stabilizzatore”, perché ha confermato con il tempo indeterminato i lavoratori socialmente utili di Palermo, con una dotazione di 55 milioni di euro stanziata dal governo Prodi nella precedente legge finanziaria. Spero che l’onestà intellettuale porti tutti, come abbiamo fatto noi, almeno a riconoscere sicuramente le le cose positive che abbiamo noi abbiamo realizzato.

La seconda insensibilità è verso il voto democratico di cinque milioni di lavoratori e pensionati che hanno approvato all’80% l’accordo del luglio 2007.
Quando parliamo di deregolazione del mercato del lavoro dovremmo fare un lungo elenco di norme che sono state “ritoccate”, però è più opportuno segnalare alcune questioni di particolare rilevanza. Abbiamo visto tutti come il governo abbia scelto di inserire, nei suoi numerosi decreti, modifiche che, a costo zero, con il cambiamento di una frase, di un inciso o di una parola, apportano profondi cambiamenti nelle regole del mercato del lavoro. Basta sostituire la parola “anche” con la parola “solo” per cambiare completamente il senso di una norma, com'è stato fatto per i contratti a termine,senza che cio',a causa del tecnicismo di questi contenuti, possa essere facilmente oggetto di una battaglia politica avvertibile dall'opinione pubblica. Ancor più preoccupante è il fatto che, attraverso una serie di iniziative legislative di alcuni esponenti del centro destra, come nel caso dell'onorevole Giuliano Cazzola, si proponga nuovamente di abrogare l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che è a tutela dei licenziamenti, oppure l'innalzamento dell'età pensionistica delle donne, prima ancora di avere applicato le riforme previdenziali varate con il Protocollo del luglio 2007.E' vero che il governo ha dichiarato di non voler seguire queste indicazioni, ma si tratta pur sempre di tentativi che, qualora trovassero una saldatura politica con la nuova deregolazione del mercato del lavoro, rappresenterebbero un vero e proprio attacco al nostro modello di Welfare, che porterebbe al riaccendersi di una forte tensione politica e sociale nel paese.

Del resto le note dell’Ufficio Legislativo del PD, di seguito riportate, chiariscono bene ogni dettaglio.
Tra i tanti interventi negativi del governo, segnalo alcuni argomenti che sono, a mio avviso, di particolare rilevanza.
Voglio porre l’attenzione sul problema della cancellazione della norma che impediva la firma delle dimissioni in bianco.
Sappiamo come è andata in Parlamento nella scorsa legislatura. Alla Camera votarono a favore 400 parlamentari su 407. Al Senato la norma fu votata dal centrosinistra e da Alleanza Nazionale perché il Ministro Sacconi, anche in quella occasione, si prodigò per contrastare quella legge, e votarono contro Forza Italia, UDC e Lega.

Vogliamo inoltre ricordare che le attuali Ministre Stefania Prestigiacomo, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini, firmarono un ordine del giorno, presentato in occasione della Finanziaria 2007, per sostenere questa legge che si proponeva di tutelare soprattutto il lavoro delle donne.

Questa scelta trasversale è stata trasformata nel suo contrario, nella volontà del governo Prodi di emanare una legge sovietica, burocratica e vessatoria nei confronti delle aziende perché si utilizzava un codice alfanumerico attraverso Internet per comunicare le dimissioni, sottraendo in questo modo il lavoratore all’arbitrio dell'imprenditore disonesto.

Se la norma era complicata, non per responsabilità del governo Prodi, la si poteva rendere più semplice, ma non eliminarla, perché il problema esiste ed è molto grave.

Un secondo punto è la questione che ha riguardato in particolare la nostra legislazione sull’edilizia, definita di concerto con le parti sociali; non solo è stata abolita la responsabilità solidale in capo al committente per quanto riguarda gli appalti, che aveva l’obiettivo di garantire la trasparenza contributiva, ma anche per il cartellino di riconoscimento si è mantenuta soltanto la sanzione a carico dei lavoratori e non più delle aziende, nel caso in cui non venga esibito durante l’attività svolta nei cantieri.
Una palese ingiustizia.

Accanto a questo, il governo ha tentato nelle Commissioni Finanze e Bilancio di far passare una norma che, oltre alla eliminazione del libro paga, del libro presenze e del libro matricola, abrogava l’obbligo della comunicazione dell’assunzione il giorno prima dell’inizio del lavoro. Ho parlato di un tentativo ignobile: anche in questo caso ho adoperato un termine che non uso mai perché, deve essere chiaro a tutti, nella scorsa legislatura non abbiamo inserito quella norma a capriccio. Quando nell’edilizia i lavoratori che muoiono risultano in parte assunti lo stesso giorno del decesso, questo vuol dire che siamo di fronte alle assunzioni “post mortem”, un segno di inciviltà del lavoro che la norma che noi abbiamo introdotto ha abrogato.

Con il successivo maxi emendamento il governo ha provveduto ad effettuare tre variazioni sui temi del lavoro, dopo i nostri interventi piuttosto pesanti in aula: sulla comunicazione delle assunzioni viene ripristinata la norma della comunicazione il giorno precedente l’inizio dell’attività. Per quanto riguarda il voucher in agricoltura si è tornati alla norma che avevamo introdotto per gli studenti ed i pensionati, valida per il solo periodo della vendemmia: non una nuova regola estensiva dei voucher in agricoltura, che altrimenti avrebbe eliminato il concetto di lavoro dipendente per tutti gli stagionali del settore.

Così come è stata fatta dal governo una parziale marcia indietro sui contratti a termine. Su questo argomento sono state messe in atto significative manomissioni del testo concordato con le parti sociali con il Protocollo del 2007.Anche queste, come gli interventi precedenti, fatte senza nessun confronto con le parti sociali. La prima riconduce l’uso del contratto a termine alla “normale” attività dell’azienda.

La seconda manomissione consente deroghe a livello nazionale, territoriale e aziendale, al termine dei 36 mesi di durata massima del contratto, oltre alla sola proroga di otto mesi definita presso la Direzione Provinciale del Lavoro (con il lavoratore assistito da un rappresentante di un sindacato maggiormente rappresentativo), che è frutto di un avviso comune tra le parti sociali. L’atteggiamento del governo è ancora una volta subdolo. Ci accusa di non favorire la contrattazione perchè ci siamo opposti alle deroghe introdotte.

Ma se le deroghe sono “in peius”, si ha la possibilità di andare molto al di sotto delle tutele fissate dalla legge. Un conto è che il Contratto Nazionale fissi i termini dell’eventuale deroga: infatti,a livello aziendale possono verificarsi, soprattutto nelle piccole realtà e in nome di problemi specifici, comportamenti negoziali che, senza un confine derogatorio, possono generare comportamenti opportunistici.
La terza riguarda la possibilità di una deroga contrattuale al diritto di precedenza nelle assunzioni a tempo indeterminato per quei lavoratori a termine che svolgano mansioni corrispondenti a quelle richieste stabilmente dall’azienda.

La parziale marcia indietro riguarda invece la cancellazione del diritto alla trasformazione del contratto a termine in tempo indeterminato, in caso di violazione delle norme sull’assunzione. Il governo ha trasformato questo diritto, che può essere sancito dal giudice in caso di contenzioso, in un semplice risarcimento fino ad un massimo di 6 mesi, ma ha successivamente ristretto la norma ”solo” alle cause in corso. Bontà sua. Una marcia indietro del tutto insufficiente che ha, inoltre, carattere di incostituzionalità. Avremo in questo modo tre fattispecie di contratti a termine: coloro che hanno avuto la fortuna di passare già attraverso un giudizio definitivo, che saranno stabili. Coloro che, dopo l’approvazione della legge non subiscono questa clausola vessatoria. Coloro che, avendo cause in corso rimarranno intrappolati .Vorrei ricordare che lo stesso Servizio Studi della Camera ha rilevato che : «Il comma 1-ter introduce una distinzione tra la disciplina applicabile ai giudizi in corso alla data di entrata in vigore delle legge di conversione e quella applicabile alle analoghe violazioni commesse in data anteriore o successiva all’entrata in vigore di tale legge e che non siano oggetto dei predetti giudizi. Al riguardo si osserva come sembri opportuna un’attenta valutazione della distinzione introdotta dalla norma in esame, alla luce del principio di ragionevolezza di cui all’articolo 3 della Costituzione».Un fatto grave.

Come ho detto, siamo riusciti ad impedire, totalmente o parzialmente, alcune scelte del governo, ma questo è ancora insufficiente. Ci sono norme che cancellano quello che avevamo introdotto con il Protocollo del 2007:c’è il ripristino del lavoro a chiamata che noi avevamo tenuto parzialmente, per i soli settori del turismo e dello spettacolo; c’è il ripristino della vecchia normativa sui disabili che era stata migliorata dal Protocollo del luglio 2007; per quanto riguarda l’apprendistato professionalizzante, dalla nuova regolazione sono escluse le Regioni perché si parla solamente di formazione di impresa e si elimina la durata minima di due anni. Tutti sappiamo che la natura particolare del rapporto di apprendistato contempera il lavoro con la formazione: se quest’ultima diventa esclusivamente svolta dall’impresa e non c’è un limite minimo di durata del contratto, avviene – come già sta avvenendo – quella torsione nell’utilizzo dell’apprendistato che è volta a prendere in considerazione una forma di impiego a basso costo, nella quale la formazione sarà svilita e per niente osservata.

Chiamiamolo allora per quello che è;scegliamo - è meglio - un lavoro accessorio, un lavoro a chiamata, piuttosto che fingere che si tratti di apprendistato.

In merito all’orario di lavoro, il diritto al riposo ogni sette giorni viene dilatato fino ad una durata quindicinale, andando contro l’articolo 36 della Costituzione che parla di riposo settimanale.

Se pensiamo al peggioramento delle norme sugli appalti, o alla “semplificazione” che sopprime i libri matricola,il libro presenze e il libro paga, sostituiti dal cosiddetto libro unico del lavoro che renderà più difficili le funzioni ispettive,abbiamo chiara la direzione di marcia impressa dal governo.
E non ho citato tutto, perché c’è la parte della pubblica amministrazione che andrebbe tenuta in considerazione.

Sul pubblico impiego, sulla scorta del proclama del Ministro Brunetta contro “i fannulloni”, si è creata una sorta di solidarietà popolare nei confronti del governo che ha come bersaglio un settore considerato globalmente improduttivo, identificando solo il lavoro come causa di inefficienza e sprechi e nascondendo le responsabilità della politica e delle mancate o manomesse riforme .Non distinguendo le punte più efficienti della pubblica amministrazione da quelle che vanno drasticamente riformate. Partendo da questo enunciato si fanno passare leggi che sono pesanti e indistinte. Un conto è puntare su efficienza e produttività e rendere più rigide le norme sull’assenteismo, peraltro già presenti nei contratti di lavoro. Ma non fino al punto da renderle molto più gravose di quanto previsto nei settori privati; oppure introducendo regole confuse e vessatorie che, diminuendo l’entità del salario variabile che viene collegato alle assenze fino a 10 giorni, colpiscono proprio quello strumento che dovrebbe, invece, diventare un punto di riferimento per migliorare la produttività del settore pubblico.

L’intervento è particolarmente odioso quando vengono danneggiati , oltre coloro che si ammalano per lunghi periodi, anche i lavoratori delle pubblica amministrazione che assistono un familiare con un handicap grave.

Infatti, la fruizione dei permessi e dei congedi a cui questi lavoratori hanno diritto, incide negativamente sulla loro busta paga, quasi che il ricorso a questa normativa di alto profilo sociale sia un indicatore utile ad individuare un lavoratore fannullone. Si interviene pesantemente in questo modo sul diritto alla salute.

Vi è infine da ricordare, anche se materia non di stretta pertinenza della Commissione Lavoro, che per non dare l’assegno sociale agli immigrati, il governo ha proposto di adottare il criterio della residenza e degli anni di lavoro svolti, correndo il rischio di togliere l’assegno sociale alle casalinghe.

Tutto questo avviene non solo in un contesto economico particolare, ma in un momento nel quale è in corso la trattativa fra le parti sociali sul modello contrattuale.

Anche su questo punto vale la pena di spendere due parole. Il governo ha sempre dichiarato, per bocca dell’onorevole Sacconi, che le parti sociali devono essere lasciate in pace.

Quando ero Ministro del Lavoro, a fronte di una trattativa sul modello contrattuale che si sarebbe aperta, ho sempre affermato, invece, che si trattava di costruire un tavolo triangolare. La mia teoria era: “Arate il campo tra di voi,come parti sociali; quando avete fatto i solchi, prima di seminare vediamoci per scegliere insieme la coltivazione”. Lo dicevo per il semplice fatto che lo Stato è datore di lavoro del pubblico impiego; la domanda è: “Volete un sistema pubblico con un modello contrattuale diverso da quello del settore privato?”. Non credo che qualcuno voglia qualcosa di simile. Se individuiamo in tre anni la durata dei contratti nazionali, questa regola dovrebbe valere per tutti, perché c’è l’esigenza di costruire un modello omogeneo. Lo stesso ragionamento vale anche se vogliamo ricondurre il sistema pubblico e quello privato ad un principio generalizzato di produttività e se non vogliamo avere sistemi che obbediscono a regole diverse.

In secondo luogo, tutti sanno che le retribuzioni crescono per due strade; la prima è quella della contrattazione; la seconda è quella dell’intervento fiscale.

Il fisco può aiutare o meno le retribuzioni, quindi è chiaro che il governo deve entrare in causa.
Far finta di rispettare l’autonomia delle parti sociali non significa nulla di fronte al fatto che l’esecutivo ha fissato l’inflazione all’1,7% e non prevede la restituzione del drenaggio fiscale.

L’inflazione all’1,7% vincolerà il comparto pubblico a quel livello nel rinnovo dei contratti nazionali; il governo Prodi l’aveva fissata al 2% nella Finanziaria del 2007.

Nel Consiglio dei Ministri facemmo una grossa battaglia per alzarla a quel livello, sentite le parti sociali, e in quel momento l’inflazione reale era al 2,2%, mentre adesso è schizzata sopra al 4,0%. E’ evidente che oltre due punti di distanza fanno una grossa differenza: su una retribuzione di 2000 euro lordi mensili si tratta di 40 euro persi per ogni mese di lavoro; moltiplicando almeno per 13 siamo sopra i 500 euro annui.

Al di là di tutte le promesse elettorali la pressione fiscale, secondo le dichiarazioni del governo, rimarrà invariata fino al 2013. La manovra alla Robin Hood ha portato come conseguenza l’aumento del costo dell’energia. Infatti nel “borsino” di inizio estate è stato messo a segno in Italia un + 23%, a fronte di una crescita del 7% registrata in Germania. Tre volte tanto; successivamente toccherà al petrolio, alle banche e alle assicurazioni: al di là di quello che viene detto ci sarà un recupero delle maggiori tasse in anticipo,che si scaricherà sulle famiglie; quindi pagheranno i cittadini con redditi
medio – bassi, non quelli più ricchi. Un Robin Hood alla rovescia.


Un Welfare dei diritti o un Welfare caritatevole?

La “social card” che viene promessa ai pensionati più poveri, finanziati con i 4 miliardi che si dovrebbero rastrellare con la manovra fiscale su petrolieri e affini, riceverà 200 milioni nel 2008.

A suo tempo, quel miliardo e 200 milioni che il governo Prodi ha distribuito come “quattordicesima” ( per la prima volta a ottobre 2007 e poi tra luglio ed agosto 2008) e che ha riguardato oltre 3 milioni di pensionati che hanno ricevuto mediamente 400 euro, è stato definito da Mario Baldassarri la carità di un euro al giorno. Adesso il loro euro al giorno è diventata una grandissima trovata. Peccato che il nostro euro al giorno sia stato negoziato per sei mesi con le parti sociali ed abbia portato all’individuazione di un nuovo criterio molto semplice ed efficace: non il reddito familiare, ma quello individuale per avere diritto all’aumento. In questo modo le donne hanno potuto godere di questo beneficio che va per il 60% al lavoro dipendente e per il 40% al lavoro autonomo. Lo abbiamo anche collegato ai contributi effettivamente versati, correggendo una impostazione precedente del governo Berlusconi che non considerava le diverse posizioni contributive negli aumenti pensionistici, generando in questo modo forti disuguaglianze. I 200 milioni di Euro promessi con la “social card”(anche se con 200 milioni si fa poca strada, basta fare i conti: perché se sono 400 euro a testa, 200 milioni coinvolgono appena 500 mila persone), a chi andranno? Quali saranno i soggetti coinvolti? Come si considera l’umiliazione di presentarsi con la carta per ottenere gli sconti sui generi di prima necessità , ed essere così identificati come i più poveri nella scala sociale? Non è preferibile un Welfare dei diritti a un Welfare caritatevole?

Tutti questi argomenti ci impongano di fare una opposizione, scevra da aggettivazioni, capace di condurre battaglie che impegnino il governo a dare risposte credibili sui temi sociali.

Facciamo un esempio: il Protocollo del 2007 ha stanziato – e sono soldi coperti e deliberati, firmati da tutti i Ministri che erano coinvolti, a partire da me e Padoa Schioppa - 4 miliardi all’anno per 10 anni a favore dello stato sociale; quanti ne abbiamo spesi?
Un miliardo e 200 milioni per le pensioni più basse, 700 milioni per gli ammortizzatori sociali e 700 milioni per lo “scalone”.
Per arrivare ai 4 miliardi che cosa manca?
Il governo ci deve spiegare come farà a sommare ed armonizzare la detassazione dei premi di produttività e degli straordinari, questi ultimi destinati solo per al settore privato, che ha messo nel conto anche le erogazioni cosiddette liberali, con il Fondo di 650 milioni istituito con il Protocollo del 2007, che decorre dal 1° Gennaio di quest’anno, e che riguarda esclusivamente il salario erogato attraverso il premio di risultato.

A cosa servono queste risorse stanziate dal precedente governo? Pagano una diminuzione del 25% dei contributi sul salario di produttività a vantaggio delle imprese e lo trasformano in salario pensionabile per i lavoratori. E’ la prima volta che succede. Il tetto è pari al 3% della retribuzione totale, ma può arrivare al 5% previa verifica finanziaria nel prossimo autunno.

Abbiamo fatto, come Partito Democratico, un emendamento nel quale abbiamo chiesto che le risorse previste dal governo per i premi di produttività e per gli straordinari, vadano ad aggiungersi a questo Fondo annuo di 650 milioni di euro per rendere ulteriormente vantaggioso il premio di risultato. La risposta dell’esecutivo è stata negativa.

Che fine hanno fatto i 150 milioni stanziati a vantaggio dei lavoratori per la detassazione del salario di produttività? Che fine hanno fatto i 150 milioni del Fondo per i giovani? Servono per aprire una impresa; per avere una retribuzione di sostegno nel momento in cui perdi il lavoro. Fino a 600 Euro al mese per 12 mensilità e, quando riprendi il lavoro,restituisci la somma senza interessi in 36 mesi; per avere fondi a sostegno del passaggio generazionale nell’artigianato.
Per i lavori usuranti, sono stanziati 300 milioni all’anno circa: 3 miliardi di euro nel prossimo decennio.

Abbiamo recuperato la delega scaduta a maggio, che non passò al Senato nella precedente legislatura per mancanza del numero legale; il governo attuale ha tentato, maldestramente, di fare un emendamento alla Finanziaria, nella quale ha inserito il decreto che è stato giudicato non ammissibile. Quindi non abbiamo ancora lo strumento per far vivere la delega che il governo si è impegnato ad attuare entro il 31 dicembre prossimo, sulla base di un ordine del giorno che abbiamo presentato e che è stato votato da tutto il Parlamento.

Quando, come mi auguro, costringeremo il governo a trovare lo strumento, bisognerà fare attenzione ai contenuti. Il governo non accetta quello che noi abbiamo negoziato con il sindacato: adottare il criterio delle 64 notti lavorate all’anno per individuare i lavoratori che hanno diritto all’anticipo pensionistico, è un conto. Partire da una base di 80 notti,come vuole il governo, sta a significare che i lavoratori chimici, tessili e metalmeccanici, che pure fanno i 15 turni dal lunedì al venerdì, saranno esclusi dal beneficio.

Bisogna saperlo e prepararsi per fare una battaglia di contenuto e trovare, nella reciproca autonomia, elementi di convergenza con le forze sociali per rendere più forte l’iniziativa. Così come dovremmo difendere il Testo Unico sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, perché questa battaglia contro le sanzioni, portata avanti dal governo con l’appoggio di Confindustria, è insensata. Le sanzioni sono equilibrate, correlate alle violazioni, più basse di quello che prevedeva la delega.
Il governo ha anche manomesso, oltre al Protocollo del 23 luglio dell’anno scorso, il decreto legislativo (n.81 del 2008) e la legge (n.123 del 2007) per la salute e la sicurezza sul lavoro, ad esempio posponendo l’entrata in vigore dell’aggiornamento del documento di rischio, che doveva scattare dalla fine di luglio al 1°gennaio 2009.

Perché si parla tanto di formazione per la sicurezza e non si spendono quei primi 50 milioni che sono già stanziato per questo obiettivo? Se l’impresa fa formazione, il 50% è credito di imposta.

Non fare quello che è già previsto dal Testo Unico, non spendere i soldi stanziati e invece proporre un piano straordinario, è sbagliato e propagandistico. Infatti è già previsto il “concerto” triangolare, l’attivazione del coordinamento tra gli enti, la formazione, l’insegnamento di queste materie nelle scuole e nelle università.
Il governo sceglie semplicemente di sparare alto per non applicare quello che esiste, sentendo troppo le voci che arrivano in particolare da Confindustria.
Quando il governo Berlusconi divide il sindacato e qualcuno non firma, quello va bene: bisogna procedere e mettere sotto accusa; quando c’è una voce contraria dalla parte delle imprese, bisogna fermarsi e riconsiderare i contenuti.
La concertazione è un esercizio complicato, non di parte, che punta ad avere la massima convergenza, anche se in alcune circostanze questa non è detto che si raggiunga.

Quando con il protocollo del 23 luglio abbiamo cancellato la sovrattassa sugli straordinari, da alcune organizzazioni sindacali sono arrivate critiche e resistenze; anche i voucher per la vendemmia hanno trovato qualche obiezione del sindacato, ma siamo andati avanti lo stesso; se c’è però qualche resistenza sul fronte imprenditoriale,non si può bloccare l’applicazione di una norma di legge.

Sulla riforma contrattuale, che è di competenza delle parti sociali, mi auguro che si arrivi ad una conclusione. In questo contesto politico la vedo sicuramente più difficile della partenza, anche se le organizzazioni sindacali hanno, per fortuna, una proposta unitaria.

Io sono un difensore del modello contrattuale basato sui due livelli e confermo la mia opinione: va trovato un nuovo equilibrio tra contratto nazionale e contrattazione decentrata, per rafforzare quest’ultima. Lo dico con nettezza: il contratto nazionale deve coprire il salario dall’inflazione reale e pagare le normative, mentre la produttività va sostanzialmente devoluta alla contrattazione decentrata.

Se si fa questa scelta vuol dire che la contrattazione decentrata deve essere più ricca e più estesa di prima.

L’affermazione secondo cui la contrattazione territoriale andrebbe cancellata va combattuta, perché se si segue questa strada vuol dire che si tagliano fuori interi comparti: artigianato, commercio ed edilizia, che basano la loro contrattazione essenzialmente sul territorio.

E’ una vecchia battaglia, già fatta con Confindustria al tempo del Protocollo del 2007.
L’Associazione di Viale dell’Astronomia voleva che il Fondo di 650 milioni di euro per la decontribuzione del premio di risultato fosse prevalentemente utilizzato per la contrattazione aziendale,mentre noi abbiamo insistito perché fosse indirizzato anche per quella territoriale, a salvaguardia delle imprese più piccole. Si tratterà di trovare un parametro diverso da quello dell’inflazione programmata, che guardi all’esperienza europea.
Mi auguro che, per quanto riguarda il Partito Democratico, nel grande appuntamento di mobilitazione popolare del 25 ottobre, si deciderà, accanto ai temi della sicurezza, dell’informazione e della giustizia, di evidenziare il tema del lavoro.

A me pare che siano questi i contenuti che possono rappresentare una piattaforma sociale capace di contrapporre all’azione del governo un punto di vista dell'opposizione.
Le nostre parole d’ordine devono essere: difendere e migliorare il protocollo del luglio scorso ed applicarlo integralmente a vantaggio dell’impresa e del lavoro; difendere il Testo Unico sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro;applicare il decreto sui lavori usuranti entro la fine di quest'anno; fare della battaglia per il potenziamento del potere d’acquisto delle retribuzioni e delle pensioni un punto nodale di equità e di ripresa anche della domanda interna.

Auspico che la nostra mobilitazione politica sia efficace: una opposizione di contenuto deve andare ben al di là della discussione parlamentare, molto limitata e molto strozzata, e deve essere portata all’attenzione dell’opinione pubblica ed al coinvolgimento dei cittadini.

Mi pare che i contenuti ci siano e, soprattutto, che sentiamo tutti l’urgenza di una iniziativa di mobilitazione politica. L’autunno sarà socialmente ed economicamente molto difficile se i problemi sociali ed i parametri economici dei quali abbiamo parlato si riveleranno inesorabilmente fondati.

da www.partitodemocratico.it




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28 settembre 2008

STRATEGIE PISA-LIVORNO/Glocalismo: ne vogliamo parlare?

In molti chiedono una valutazione dell’attività delle amministrazioni locali giunti oramai alla conclusione della legislatura, vuoi per processare o promuovere gli amministratori e candidati, vuoi per provvedere a valutare programmi e progetti sia vecchi che nuovi.

Per affermare un punto di vista di Area Vasta in questi bilanci che corrono il rischio di essere condizionati a vincoli localistici, occorre fare un salto di qualità. Occorre cioè inserirvi elementi di valutazione che fuoriescono dalla pur necessaria dimensione della valutazione dei servizi e dell’esercizio delle competenze burocratiche degli enti locali, come il livello di internazionalizzazione dell’economia, e i livelli di occupazione e occupabilità che ne conseguono nei diversi e specifici contesti, che pur gli enti locali possono influenzare se non addirittura contribuire a determinare, ma che sicuramente sono elementi determinanti nella qualità della vita della cittadinanza, anche se questa spesso è poco attenta agli stessi.

Ricordo che per l’assetto delle attribuzioni e delle deleghe istituzionali da parte dello Stato e in ragione delle scelte della Regione Toscana relativamente al decentramento di funzioni, compiti e risorse, gli Enti Locali sono potenzialmente relativamente ben attrezzati su questi terreni. Il problema è semmai se si punta alla “nuova frontiera” o alle “vecchie retrovie”, oppure se si riesce a fare sinergia o semplice manifestazione di localismo blindati dietro confini istituzionali che sempre meno hanno a vedere con la geografia e le reti della economia e delle infrastrutture e con le dinamiche della popolazione.

Questione che per altro la Regione sta assumendo con sempre più forza, via via che emerge il gap regionale davanti alla globalizzazione e i gap socio-economici e culturali che si prevedono nel futuro del territorio regionale (le novità e i vincoli sui nuovi fondi comunitari sembrano andare in questo senso, limitandone l’erogazione a pioggia e rafforzando la regia regionale e le efficienze e sinergie locali).

I parametri della produzione di ricchezza in derivazione dall’indice di “acquisizione-tenuta-perdita” di risorse (sia economiche che umane e politico-decisionali) nel processo di internazionalizzazione, e il conseguente indice di occupabilità che un determinato territorio puo’ vedersi garantito dallo sviluppo di cui riesce ad essere protagonista, non sempre sono razionalmente presenti nel nostro dibattito politico (più preso dai drammi delle crisi irrisolte e dagli entusiasmi delle azioni in atto ).

E poi dobbiamo intenderci se vogliamo parlare di queste cose a livello di Impresa o Settore Economico, o di Circoscrizione, Comune, Provincia o Regione.In realtà la dimensione forse più corretta è quella dei distretti economici significativi (fatti di manifattura, servizi, cultura, infrastrutture, finanza in sinergia significative tra di loro rispetto ai mercati di riferimento e alle competizioni in atto) e dei bacini di incontro tra domanda e offerta di lavoro (evidentemente non sempre coincidenti con i distretti sopra richiamati specialmente nel caso di asimmetrie tra la sfera della riproduzione economica e quella degli insediamenti umani).

In proposito proponiamo una scaletta “aggiuntiva” proprio da porre in attenzione nei bilanci di fine mandato amministrativo e che fa parte anche del dibattito che la Associazione Liberta Eguale Pisa-Livorno ha lanciato sul tema delle due città, tenendo di conto che qui non conta sapere solo cosa non va e come mai (se non addirittura additare chi non va!), ma bensi’ conta imparare a superare i gap , e come ristrutturare e governare le profonde trasformazioni necessarie, e anche come garantire la necessaria concentrazione e disponibilità di risorse finanziarie, tecniche e politiche per realizzare proprie le innovazioni e le trasformazioni.

Insomma bisogna introdurre in questi bilanci anche valutazioni su:

- competitività territoriale e settoriale a livello di economie materiali, infrastrutture, tecnologia e ricerca, forza lavoro, organizzazione dei fattori;

- attrattività e localizzazioni di investimenti, di finanza, strumenti produttivi e abitativi, e popolazione e capacità;

- internazionalizzazione dell’economia locale e sua dipendenza da fattori internazionali;

- efficienza e inefficienza del settore pubblico e del sistema delle competenze istituzionali rispetto alle sfide della globalizzazione;

- ricadute nell’equilibrio import-export sulle scale di medio e grande raggio, di risorse, beni, servizi, lavoro, sul bacino occupazionale locale che va a definirsi in termini qualitativi e quantitativi;

- capacità culturali e di coesione sociale e politica da poter mettere e tenere in campo (e non solo a livello istituzionale) assumendo la partecipazione e le decisioni delle popolazioni locali come vincolo stesso della sfida in atto.

Sono in effetti cose un po’ complicate, ma purtroppo troppo spesso ci troviamo a ragionarne solo quando le mura vacillano se non addirittura sulle macerie o di aree industriali o di servizi o infrastrutture oramai in caduta libera o in dismissione, o sulle macerie di sacche di disagio sociale o di protezione sociale a scadenza per i più fortunati, cioè quando è oramai troppo tardi per rimediare o per governare il cambiamento necessario.

Anche una valutazione pur veloce e schematica dei dati relativi ai tassi di sviluppo disponibili nella nostra area vasta (letti complessivamente, ma anche con la pazienza di osservare la salute e il posizionamento dei diversi segmenti che vanno a comporre lo stesso sviluppo), e la valutazione sempre schematica dei diversi dati provinciali e locali (quando disponibili) dei tassi di occupazione, disoccupazione e del tasso di popolazione attiva che ne deriva (anche qui poi con la pazienza di segmentare dati e dinamiche perché le tendenze non sono assolutamente univoche sia dal lato della domanda che dell’offerta di lavoro tanto da cumulare tendenze opposte negli stessi contesti), segnala l’urgenza di introdurre nel dibattito politico con maggiore forza i temi della scaletta richiamata, e con lo spirito giusto, cioè non semplicemente per parlarne ma per “mettere mano”.

Ultima questione, ma prima.

Se nell’area vasta con capofila le città di Pisa e Livorno decliniamo queste cose in termini localistici (o di aree metropolitane o di più ristretti e angusti ambiti comunali) otteniamo una logica di azione e una dimensione delle cose da fare. Se ci poniamo nella logica della stessa area vasta possiamo già ottenere tutt’altra dimensione, in particolare per segmenti e settori dove è possibile individuare sinergie e opportunità di scala espansivi o tesi alla razionalizzazione, o in ragione di segmenti e settori che consumano nell’antagonismo localistico le loro energie senza riuscire ad ingranare la marcia giusta per far fronte alle criticità che li attraversano.

In ogni caso dobbiamo interrogarci sul futuro che attende le nostre comunità e la complessa rete di realtà, interessi, bisogni che le compongono, e la piattaforma dimensionale su cui collocarsi dovrebbe addirittura vedere collocata la stessa area vasta nel contesto regionale.

Non si possono accettare le sfide della globalizzazione partendo dai soli campanili o da più o meno piccoli interessi sociali o economici, semplicemente perché Pechino è già più grosso della Toscana e perché i gruppi economici o “nazionali” che avanzano, e la logica che li spinge, spesso fanno sesso più massa critica del peso di qualsiasi settore nazionale, regionale o locale che si intende sostenere o si deve tutelare, per non parlare delle sole nostre semplici intenzioni. Questi gruppi e queste logiche mettono in campo a favore delle loro strategia energie, risorse, politiche e conoscenze spesso difficilmente immaginabili e lontane dalla logica tutta italiana di parlare di moltissime cose, cercare di realizzarne più del possibile, riuscire a portare in fondo poche cose e per giunta quasi sempre fuori dai tempi necessari, magari continuando a blandire l’opinione pubblica.

Proprio per questo è compito degli auspicati bilanci di fine mandato individuare quello che conta e quello che non conta davanti alle sfide che occorre vincere, e sapersi scrollare di dosso abitudini e vecchia e vecchie politiche sempre più perdenti e impotenti nel nuovo secolo che avanza.

paolo borghi livorno 27-09-2008 x www.libertaeguale.eu.




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28 agosto 2008

INDIRIZZI&STRATEGIE/ICHINO- SCENARI DI RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO

 

SCENARI DI RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO ITALIANO

PIETRO ICHINO - LE STRATEGIE DELL’ULTIMO QUINDICENNIO A CONFRONTO - UNA VERSIONE RAFFINATA DELLA STRATEGIA DEL “CONTRATTO UNICO”

Relazione introduttiva al seminario della Scuola di Politica, che si terrà a Bertinoro il 4 settembre 2008

Estratto da http://www.pietroichino.it/


SCENARI DI RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO ITALIANO

di Pietro Ichino (*)

Sommario - 1. Chi vuole il superamento del mercato del lavoro duale e chi no. - 2. Le strategie che lasciano inalterata la disciplina attuale del rapporto di lavoro subordinato ordinario. A) L’estensione a tutti della protezione forte. - 3. B) La strategia dello “Statuto dei Lavori”. - 4. Un inciso sul contenuto assicurativo del rapporto di lavoro e i suoi costi. - 5. Le strategie che prevedono la modificazione della disciplina attuale perché la sua applicazione possa essere generalizzata. Il possibile ruolo del PD nella promozione del new deal. - 6. Ipotesi riconducibili all’idea del “contratto unico”. A) Il progetto Boeri-Garibaldi. B) Il progetto Leonardi-Pallini. – 7. Segue. C) Una soluzione più radicale, sulla linea della flexicurity. - 8. Alcune obiezioni e le relative repliche. Alcuni esempi di come opera il firing cost. - 9. Considerazioni conclusive: due enormità contrapposte che possono sorreggersi a vicenda.

1. – Chi vuole il superamento del mercato del lavoro duale e chi no

Nella sua relazione al seminario della Confindustria del 26 giugno scorso Gianni Toniolo presenta dati che pongono l’Italia in una decorosa posizione mediana tra i maggiori Paesi del mondo, per il grado complessivo di protezione del lavoro; e conclude collocando l’“eccesso di regolazione del mercato del lavoro” soltanto al quinto posto ([1]) tra gli "ostacoli percepiti" alla crescita del sistema Italia. In realtà, quest'aurea mediocritas è l'esito della media in una situazione caratterizzata da un netto dualismo tra la metà protetta della forza-lavoro e la metà poco o per nulla protetta, tra i nove milioni e mezzo di lavoratori regolari stabili, cui si applica lo Statuto dei lavoratori nella sua interezza, e gli altri nove milioni di lavoratori sostanzialmente dipendenti, che oggi portano tutto il peso della flessibilità di cui il sistema ha bisogno. Due facce della stessa medaglia, entrambe prodotto dei medesimi fattori istituzionali.

A questa situazione gli industriali italiani sembrano oggi acconciarsi di buon grado: rinunciano a rivendicare una riforma incisiva del diritto del lavoro, come invece fecero nel periodo 2001-2005; e a questa rinuncia il centro-destra sembra rispondere in modo del tutto sintonico: prima, durante la campagna elettorale, per bocca di Giulio Tremonti (“lasciamo volentieri a Veltroni il tema della riforma dello Statuto dei lavoratori”), poi con le prime iniziative legislative della maggioranza su questo terreno nell’estate di quest’anno: l'allargamento della possibilità di assumere personale a termine disposto dall'articolo 21 del decreto-legge n. 112/2008, sostanzialmente consolida il regime di apartheid tra protetti e non protetti.

Alla perpetuazione del modello del mercato del lavoro duale non deve, invece, e non può rassegnarsi una sinistra moderna, attenta alla comparazione con le esperienze offerte dei Paesi stranieri più civili. Innanzitutto perché quel modello è iniquo (genera posizioni di rendita da una parte, dall’altra situazioni di precarietà di lunga durata, per ragioni che hanno poco o nulla a che vedere con il merito delle persone interessate). Ma anche perché esso è inefficiente: per un verso, scoraggia l’investimento nella formazione dei lavoratori che ne avrebbero più bisogno, i precari; per altro verso, nella parte più protetta del tessuto produttivo, genera una cattiva allocazione delle risorse umane; per altro verso ancora, espone gli imprenditori più scrupolosi alla concorrenza differenziale di quelli più spregiudicati nell’utilizzo della manodopera.

Quel modello è stato prodotto, nei decenni passati, da una politica debole, incapace di far prevalere gli interessi generali su quelli organizzati, di dar voce alla metà della forza-lavoro non rappresentata nel sistema delle relazioni industriali; di dar voce, più in generale, agli interessi dei milioni di persone oggi escluse dal nostro mercato del lavoro (se questo funzionasse come quello britannico, avremmo 5 milioni in più di italiani – di cui 4/5 donne – al lavoro: lo spreco è colossale). Occorre voltar pagina rispetto a questa lunga stagione infelice della nostra politica del lavoro.

Come farlo? La mia tesi è che un primo passo decisivo può consistere nel disegnare un nuovo ordinamento del lavoro, capace di ridurre drasticamente, almeno nella fase iniziale, il costo del lavoro regolare per le imprese; e capace al tempo stesso di offrire a tutti i new entrants una forma di lavoro decente e una vera uguaglianza di opportunità, scegliendo il meglio delle tecniche protettive sperimentate nei Paesi più avanzati, ripartendo equamente fra tutti le protezioni e la flessibilità necessarie. E sostituire progressivamente questo nuovo ordinamento al vecchio, applicandolo ai nuovi rapporti di lavoro via via che essi si costituiscono.

Prima di esporre in modo più dettagliato i possibili termini di questo progetto, occorre però esaminare le altre strategie che si confrontano oggi nell’agone politico italiano, su questo terreno. Queste possono suddividersi in due categorie fondamentali: le strategie che lasciano inalterata la disciplina attuale del rapporto di lavoro subordinato ordinario e quelle che invece prevedono la sua modificazione, almeno per i nuovi rapporti.

2. – Le strategie che lasciano inalterata la disciplina attuale del rapporto di lavoro subordinato ordinario. A) L’estensione a tutti della protezione forte

L’idea ha il pregio della semplicità. Il dualismo del mercato e del tessuto produttivo è il prodotto di un ordinamento giuridico che divide, distingue, istituisce regimi diversi di protezione: tra aziende medio-grandi e piccole, tra lavoratori stabili e a termine, tra subordinati e collaboratori continuativi autonomi; unifichiamo dunque la disciplina e il dualismo sparirà.

È questa l’idea sottesa al referendum promosso nel 2002 da Rifondazione comunista, Verdi, ala sinistra dei D.S., tendente a estendere l’applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (la norma-cardine della protezione forte contro i licenziamenti) a tutte le piccole aziende che ne erano - e ne sono tuttora – escluse. Quel referendum – che mise in gravissimo imbarazzo la Cgil ([2]) - fallì, per mancato raggiungimento del quorum; ma l’idea che lo animava è rimasta ben viva ed è riemersa ripetutamente in numerose proposte successive.

Paradossalmente, si può ascrivere a questa idea anche la riforma delle collaborazioni continuative autonome recata dalla legge Biagi (d.lgs. n. 276/2003, articoli da 61 a 69): questa nuova normativa, in sostanza, limita drasticamente la stipulazione di contratti di questo genere, vietandola in tutti i casi nei quali la prestazione lavorativa corrisponda a un interesse non meramente occasionale del datore di lavoro/committente ([3]). Prova ne sia che, quando il ministro del Lavoro del Governo Prodi, Cesare Damiano, ha inteso dare un giro di vite contro l’abuso delle collaborazioni continuative autonome, lo ha fatto applicando rigorosamente proprio gli articoli 61-69 della legge Biagi ([4]).

Si può ascrivere a questa idea – a ben vedere - anche la normativa varata con le leggi finanziarie varate dal Governo Prodi per gli anni 2007 e 2008, sostanzialmente orientate a mettere al bando, nel settore pubblico, il ricorso a forme di lavoro precario (contratti a termine, collaborazioni continuative autonome), sul presupposto che tale divieto costituisse il miglior viatico per la stabilizzazione delle centinaia di migliaia di lavoratori “atipici” in questo settore.

La questione che si pone in riferimento a tutte le misure di politica del lavoro riconducibili a questa strategia di estensione della protezione forte può esprimersi sinteticamente in questi termini: quanto è elastica la domanda di lavoro nei settori del lavoro precario in cui tali misure vengono applicate?

Se si potesse ritenere che la domanda di lavoro nei settori in questione sia fortemente rigida, cioè insensibile agli aumenti di costo, potrebbe senz’altro concludersi nel senso della praticabilità della strategia qui in esame. Ma la risposta non sembra proprio poter essere questa: tutto sta a indicare che, invece, la domanda in questi settori è marcatamente elastica; e che pertanto ogni aumento del costo, o del contenuto assicurativo del rapporto imposto inderogabilmente dall’ordinamento, se non compensato, determina una riduzione dell’occupazione, ovvero l’esclusione di porzioni rilevanti di forza-lavoro dal tessuto produttivo ([5]). Questo è particolarmente evidente nel settore pubblico, dove, in particolare, le misure legislative contenute nella finanziaria 2008, al di là delle intenzioni della parte della maggioranza di allora che le ha fortemente volute, stanno di fatto privando del lavoro decine di migliaia di persone, soprattutto giovani, via via che i loro contratti "atipici" vengono a scadenza.

3. – Segue. B) La strategia dello “Statuto dei Lavori”

Nel dibattito che si è registrato su questo tema nell’ultimo decennio in seno alle forze di centro-sinistra, alla strategia dell’estensione a tutti della protezione forte si è contrapposta quella c.d. dello “Statuto dei lavori”, ovvero della protezione digradante, “a cerchi concentrici”: un nucleo centrale costituito dal lavoro subordinato nell’impresa medio-grande, con la protezione più forte; poi, con protezione via via ridotta, l’area del lavoro subordinato nell’impresa di piccole dimensioni, quella delle collaborazioni continuative autonome, quella del lavoro autonomo tradizionale. A tutti si applicano alcune protezioni essenziali, quali la tutela antidiscriminatoria, la normativa in materia di igiene e sicurezza nel luogo di lavoro gestito dal committente/datore di lavoro, l’assicurazione pensionistica e antinfortunistica; le altre protezioni si aggiungono progressivamente, via via che dal cerchio più esterno ci si avvicina a quello del lavoro subordinato “forte” ([6]). L’idea, insomma, è quella di una modulazione delle tutele secondo le caratteristiche e le esigenze proprie di ciascun tipo di rapporto di lavoro, in un sistema non diviso drasticamente tra area protetta e area non protetta, ma nel quale la disciplina della materia si differenzia, da una fattispecie all’altra, soltanto parzialmente.

Ciò che accomuna tutte le versioni dello “Statuto dei Lavori” è, per un verso, la scelta di mantenere inalterato l’ordinamento protettivo proprio del nucleo centrale, quello del lavoro subordinato nell’impresa medio-grande; per altro verso, l’opzione di lasciare in vita sia la figura del contratto a termine, sia quella della collaborazione continuativa autonoma, cui viene estesa una tutela tutto sommato molto leggera: oltre alle protezioni universali (igiene, sicurezza e pensione di vecchiaia), il generico diritto a una “equa retribuzione”, a una blandissima tutela per il caso di malattia, nessuna restrizione in materia di contratto a termine e di licenziamento. L’equilibrio di sistema che in questo modo si delinea non è, dunque, affatto caratterizzato da un superamento del dualismo attuale, che viene preannunciato, ma solo marginalmente ridotto.

D’altra parte, quanto più nello “Statuto dei Lavori” si aumentasse la protezione nell’area debole tenendo ferma la disciplina applicabile nell’area forte, tanto più questa strategia tenderebbe a confondersi con la prima, quella dell’estensione a tutti della protezione forte, o a costituirne una variante gradualistica. Si porrebbe dunque anche qui la questione del grado di elasticità della domanda di lavoro nell’area debole e degli effetti occupazionali di un aumento del tasso complessivo di protezione nel sistema.

4. – Un inciso sul contenuto assicurativo del rapporto di lavoro e i suoi costi

Al ragionamento svolto fin qui potrebbe opporsi l’osservazione che non stiamo discutendo di livelli retributivi o di contributi previdenziali, bensì soltanto della c.d. “parte normativa” del contratto di lavoro. È agevole replicare che ciascuno degli elementi di questa “parte normativa” di cui stiamo parlando consiste essenzialmente in un aumento del contenuto assicurativo del rapporto di lavoro; e l’aumento del contenuto assicurativo, in un rapporto nel quale l’imprenditore funge da assicuratore, comporta sempre un corrispondente aumento del costo del lavoro, salvo che esso sia compensato da un “premio assicurativo” pagato dai lavoratori in termini di effetto depressivo sulle retribuzioni.

Limitare la possibilità di recesso del datore dal rapporto di lavoro – dove il limite non consista soltanto in un divieto del licenziamento discriminatorio, o per motivo illecito – significa sostanzialmente accollare al datore il rischio di prosecuzione del rapporto stesso anche in una situazione in cui il suo bilancio preventivo presenta una perdita attesa. Vi sono studi econometrici che quantificano il costo per l’impresa della copertura assicurativa derivante dalla limitazione della facoltà di recesso; e ricerche che consentono di determinare, caso per caso, quanta parte di questo costo sia effettivamente sopportata dai lavoratori sotto forma di minor retribuzione ([7]). Una parte rilevante del gap tra le retribuzioni dei lavoratori italiani e quelle dei lavoratori degli altri maggiori Paesi europei è probabilmente imputabile proprio al maggior "premio assicurativo" implicito che essi pagano, a fronte di un più elevato contenuto assicurativo medio dei loro contratti ([8]).

Come in tutti i rapporti assicurativi, anche in questo caso la copertura può influire sui comportamenti dei soggetti che ne beneficiano. E anche a questo proposito si può citare una ricca letteratura econometrica sugli effetti di shirking prodotti dalla normativa protettiva ([9]), per esempio sull’aumento dei tassi di assenza prodotto da un ampliamento della tutela del lavoratore malato ([10]), e così via.

La disciplina protettiva contro i licenziamenti di natura economico-organizzativa, con la maggiore vischiosità del tessuto produttivo che ne consegue, produce infine un costo difficilmente quantificabile costituito dalla peggiore allocazione delle risorse umane (il lavoratore tende a stabilizzarsi nella posizione protetta, indipendentemente dal fatto che esistano posizioni diverse nelle quali il suo lavoro sarebbe meglio valorizzato); donde un effetto depressivo sulla produttività del lavoro e un’altra possibile parziale spiegazione del differenziale retributivo ai danni dei lavoratori italiani appartenenti all’“area a protezione forte”, rispetto agli altri maggiori Paesi Europei.

Queste considerazioni costituiscono altrettanti argomenti a sostegno della tesi secondo cui l’attuale marcato dualismo del nostro mercato del lavoro e tessuto produttivo non fa danno soltanto alla metà della forza-lavoro poco o per nulla protetta, bensì anche alla metà che gode di un alto grado di stabilità: questa protezione si paga – anche se il pagamento non è mai contabilizzato – in termini di minor produttività media, effetto depressivo sulle retribuzioni e fenomeni diffusi di free riding.

5. – Le strategie che prevedono la modificazione della disciplina attuale perché la sua applicazione possa essere generalizzata. Il possibile ruolo del PD nella promozione del new deal

Se la strategia dell’estensione della protezione forte è impraticabile, e quella dello “Statuto dei Lavori” ha il difetto di non incidere efficacemente sul dualismo, il solo modo per uscire dal modello duale consiste nel disegnare un contratto di lavoro unico caratterizzato da un mix ben calibrato di protezione e flessibilità, capace delle modulazioni necessarie per adattarsi a tutte le esigenze, quindi suscettibile di essere stabilito dalla legge come forma universale di rapporto di lavoro dipendente (sul presupposto che la necessità della protezione debba essere ricollegata non tanto alla posizione di “subordinazione”, quanto alle distorsioni prodotte dalla situazione di dipendenza economica) senza che ne derivi, complessivamente, un irrigidimento del sistema produttivo. Poiché è politicamente improponibile modificare in misura rilevante la forma e il grado della protezione dei rapporti regolari stabili preesistenti, la scelta gradualista ([11]) può consistere nell’applicare il nuovo modello di contratto a tutti i rapporti che si costituiscono da un momento dato in avanti.

In altre parole, i progetti riconducibili all’idea del “contratto unico” tendono a ridisegnare il nostro diritto del lavoro, almeno per i rapporti che si costituiranno d’ora in avanti, in modo che esso offra a tutti i giovani una forma di lavoro decente e una vera uguaglianza di opportunità, ripartendo equamente fra tutti le protezioni e la flessibilità necessarie. In linea teorica un’operazione di questo genere potrebbe anche essere decisa autoritativamente dal legislatore; ma il rischio in tal caso sarebbe quello di una cattiva “taratura” del mix di protezioni e flessibilità, che potrebbe produrre l’effetto di una riduzione del tasso di occupazione e/o di un aumento del lavoro irregolare, a causa dell’elasticità della domanda di lavoro nelle fasce deboli di cui si è parlato sopra. Meglio, dunque, che l’equilibrio del progetto sia determinato attraverso una negoziazione tra esponenti del mondo imprenditoriale veramente rappresentativi, ovvero capaci di rappresentarne tutti i segmenti, e sindacalisti e politici capaci di rappresentare tutti i segmenti della nuova forza-lavoro, attuale e potenziale.

Il Partito Democratico è la sola organizzazione politica che oggi sia in grado di promuovere al proprio interno un vero e proprio negoziato per un new deal di questo genere. Penso che sia bene – e anche urgente – che esso sfrutti fino in fondo questo suo vantaggio strutturale rispetto alle forze dell’attuale maggioranza. Non solo nell’interesse politico proprio, ma perché questo – mi sembra – è uno dei passaggi obbligati per far uscire il Paese dalla palude in cui si è bloccato.

6. - Ipotesi riconducibili all’idea del “contratto unico”. A) Il progetto Boeri-Garibaldi. B) il progetto Leonardi-Pallini

Negli ultimi due anni nella pubblicistica italiana sono venuti maturando diversi progetti concettualmente riconducibili all’idea del “contratto unico” ([12]).

Il più noto tra di essi è quello proposto dagli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi ([13]), che può riassumersi in questi punti essenziali:

- tutte le assunzioni devono avvenire nella forma del contratto unico, a tempo indeterminato;

- il contratto unico prevede una fase di inserimento, della durata di tre anni, e una fase di stabilità che segue immediatamente alla prima, con applicazione integrale dell’ordinamento generale attuale (Statuto dei lavoratori e articolo 18 nelle aziende con più di 15 dipendenti, ecc.);

- durante la fase di inserimento il solo limite al recesso del datore di lavoro è costituito da un indennizzo crescente con l’anzianità di servizio del lavoratore, in ragione di 15 giorni di retribuzione per ogni trimestre (salva l’applicabilità dell’articolo 18 in caso di licenziamento discriminatorio o per motivo illecito);

- l’azienda che assume nuovamente un lavoratore precedentemente licenziato deve ripristinare la posizione contrattuale in cui egli si trovava subito prima del licenziamento.

Un difetto che vedo in questo progetto sta nella conservazione della profonda diversità di disciplina tra aziende con meno di 16 dipendenti e aziende maggiori: un aspetto del dualismo del nostro mercato che invece può e deve essere superato. Quanto alla taratura della protezione stabile, gli esponenti del mondo imprenditoriale che ho sentito discutere di questo progetto considerano inaccettabile l’aumento del contenuto assicurativo complessivo del sistema, che risulterebbe a regime, quando tutti i lavoratori con più di tre anni di anzianità di servizio saranno posti sotto il vecchio ombrello protettivo; viceversa, dai dirigenti sindacali ho sentito per lo più respingere la tutela troppo debole prevista per i primi tre anni.

Entrambi i difetti testé menzionati possono ravvisarsi in misura maggiore nel progetto presentato l’anno scorso dall’economista Marco Leonardi e dal giuslavorista Massimo Pallini ([14]), che ricalca in qualche misura la riforma Hartz varata nel dicembre 2003 in Germania ([15]), poi imitata in Francia nel 2008. Questi, in estrema sintesi, i lineamenti del progetto, esposti con le parole dei suoi stessi Autori:

- unificazione del lavoro subordinato e parasubordinato;

- attribuzione al lavoratore alle dipendenze di un’impresa con più di 15 dipendenti di una "indennità di licenziamento" determinata dalla legge, che si aggiunge al preavviso e che si applica solo in caso di licenziamenti individuali (e non collettivi) per giustificato motivo oggettivo;

- all’atto del licenziamento economico-organizzativo il datore di lavoro offre al lavoratore l’indennità prevista per legge; il lavoratore può non accettarla e impugnare il licenziamento in sede giudiziale, ma in questo caso perde il diritto all’immediata erogazione dell’indennizzo, potendo invece ottenere, in caso di accoglimento del ricorso in sede giudiziale, la condanna del datore alla reintegrazione e al risarcimento del danno, secondo la disciplina attualmente vigente.

In altre parole, la disciplina sanzionatoria dettata dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non viene modificata, attivandosi soltanto un meccanismo di promozione preventiva della conciliazione, che dovrebbe avere l'effetto di ridurre il contenzioso. Questa operazione può avere qualche speranza di successo in un sistema come quello tedesco, in cui la reintegrazione del lavoratore non è automatica e di fatto viene disposta dal giudice soltanto nel 5 per cento dei casi in cui il licenziamento viene giudicato illegittimo; ma in un sistema come quello italiano attuale, come può una modifica così blanda della vecchia disciplina della stabilità accompagnarsi con il superamento della distinzione tra lavoro subordinato e parasubordinato (cioè in sostanza con il divieto delle collaborazioni autonome e dei rapporti di “lavoro a progetto”) senza produrre l'effetto di un aumento del contenuto assicurativo generale del sistema?

7. – Segue. C) Una soluzione più radicale, sulla linea della flexicurity

Il progetto che presento in questo paragrafo, come ho già detto (nota 12), ha origini abbastanza lontane nel tempo: nasce da una riflessione sul fenomeno della “fuga dal lavoro subordinato”, a cavallo tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90, poi approfondita e sviluppata nel corso degli anni ’90 e nei primi 2000 nel dibattito sul mio libro Il lavoro e il mercato; nella primavera scorsa la campagna elettorale mi ha dato l’occasione di metterlo a punto attraverso decine di incontri-dibattito in tutta Italia, sia con giovani new entrants nel mercato del lavoro, sia con imprenditori di tutte le dimensioni e categorie, sia con sindacalisti e lavoratori regolari. Mentre dalle prime due categorie di persone mi è sempre stato manifestato grande interesse e prevalente consenso su questo progetto, ho trovato prevalente dissenso nella terza; osservo tuttavia in proposito che i lavoratori regolari stabili, i cosiddetti insiders, non sono in alcun modo toccati dal progetto, poiché la riforma in esso delineata è destinata ad applicarsi soltanto ai rapporti di lavoro che si costituiranno da un determinato momento in avanti; il loro "voto" dovrebbe pertanto, secondo logica, essere considerato dalle confederazioni sindacali maggiori assai meno rilevante di quello dei new entrants, che sono i soli diretti interessati sul versante dell’offerta di manodopera (e tra i quali, per quel che posso percepire, prevale nettamente la preferenza per il nuovo modello del “contratto unico”).

L’idea è di promuovere una grande intesa tra lavoratori, attuali o potenziali, e imprenditori (anche quelli di aziende di piccole o piccolissime dimensioni), nella quale questi ultimi rinunciano al lavoro precario – accettano, cioè, un ordinamento che abroga tutte le forme di lavoro (subordinato o parasubordinato) a termine, salvo che per pochissime eccezioni (lavori stagionali e sostituzioni) in cambio di un contratto di lavoro a tempo indeterminato reso più flessibile con l’applicazione, per i licenziamenti dettati da motivo economico-organizzativo, di una tecnica di protezione della stabilità ispirata alle esperienze nordeuropee e a quella danese in particolare.

La cosa può funzionare così:

- d’ora in poi tutti i nuovi rapporti di lavoro che vedono il prestatore in posizione di dipendenza economica dal creditore ([16]), esclusi soltanto quelli stagionali o puramente occasionali, si costituiscono con un contratto a tempo indeterminato regolato secondo standard di trattamento opportunamente fissati dal policy maker nel rispetto di quelli internazionali (O.I.L.) e comunitari relativi al lavoro dipendente;

- il rapporto si apre con un periodo di prova di sei mesi;

- la contribuzione previdenziale viene rideterminata in misura uguale per tutti i nuovi rapporti, sulla base della media ponderata della contribuzione attuale di subordinati e parasubordinati (in pratica, si può prevedere una riduzione di circa due punti, che porterebbe l’aliquota intorno al 31%); una fiscalizzazione del contributo nel primo anno per i giovani, le donne e gli anziani determina la riduzione del costo al livello di un rapporto di lavoro a progetto attuale; la semplificazione degli adempimenti riduce drasticamente i costi di transazione;

- dopo il periodo di prova, si applica la protezione prevista dall’articolo 18 dello Statuto per il licenziamento disciplinare e contro il licenziamento discriminatorio, per rappresaglia, o comunque per motivo illecito;

- in caso di licenziamento per motivi economici od organizzativi, invece, il lavoratore riceve dall’impresa un congruo indennizzo che cresce con l’anzianità di servizio (per esempio: una mensilità per ogni anno), secondo una funzione che vede un aumento più marcato dopo i primi quindici anni (per esempio: una mensilità e mezza per ogni anno dopo il quindicesimo, due mensilità dopo il venticinquesimo);

- viene inoltre attivata un’assicurazione contro la disoccupazione, di livello scandinavo: durata pari al rapporto intercorso con limite massimo di quattro anni (per es.: copertura iniziale del 90% dell’ultima retribuzione, decrescente di anno in anno fino al 60%), condizionata alla disponibilità effettiva del lavoratore per le attività mirate alla riqualificazione professionale e alla rioccupazione;

- l’assicurazione e i servizi collegati, affidati a enti bilaterali, sono finanziati interamente a carico delle imprese, con un contributo determinato secondo il criterio bonus/malus ([17]) (la cui entità iniziale, perché il sistema a regime resti in equilibrio, è stimata intorno allo 0,5% del monte salari, ma sarà comunque aggiornata in funzione dell'equilibrio di bilancio dell’e.b.): l’imprenditore che ricorre con maggiore frequenza al licenziamento per motivi economici od organizzativi vede lievitare il contributo; quello che non vi ricorre lo vede scendere;

- il compito del giudice è limitato a controllare, su eventuale denuncia del lavoratore, che il licenziamento non sia in realtà dettato da motivi illeciti (per esempio: licenziamento squilibrato a danno di persone disabili, donne, lavoratori sindacalizzati, ecc.); il “filtro” dei licenziamenti per motivo economico è costituito invece esclusivamente dal suo costo per l’impresa (costo che peraltro la legge o il contratto collettivo possono stabilire in misura tanto più alta quanto maggiore è il livello di stabilità che si vuol garantire: questo dovrebbe essere uno degli oggetti principali della negoziazione tra rappresentanti degli imprenditori e dei lavoratori, prodromica al lancio della riforma, di cui ho fatto cenno all’inizio di questo paragrafo);

- nel caso di licenziamento collettivo la normativa sopra delineata si coniuga agevolmente (cumulandosi) con quella procedimentale disposta in ottemperanza all'ordinamento comunitario;

- la illimitata modulabilità dell’indennizzo consente di prevederne una riduzione per le aziende con meno di 15 dipendenti, le quali oggi sono soggette all’apparato sanzionatorio di cui all’articolo 18 soltanto per i licenziamenti discriminatori, ma non negli altri casi; qui si potrebbe prevedere: a) per il licenziamento disciplinare ritenuto dal giudice illegittimo, un articolo 18 modificato in modo da consentire anche all’imprenditore l’opzione per un indennizzo minimo invece che la reintegrazione ([18]); b) per il licenziamento dettato da motivo economico-organizzativo, un parametro opportunamente modulato in modo da ricondurre l’indennizzo entro i limiti di quello massimo oggi previsto per le imprese di piccole dimensioni (6 mensilità) in tutti i casi in cui il lavoratore abbia un’anzianità di servizio inferiore ai 12 anni, dunque nella stragrande maggior parte dei casi; per le anzianità superiori è probabilmente accettabile anche nelle imprese di piccole dimensioni che l’indennizzo aumenti rispetto alla vecchia soglia massima delle 6 mensilità ([19]).

Una riforma così strutturata offrirebbe, in sostanza, a tutti i datori di lavoro la possibilità di assumere un giovane o un anziano con un costo, per il primo anno, pari a quello di un rapporto di "lavoro a progetto" di oggi; e anche con la possibilità di recedere dal rapporto - salvo che per motivi discriminatori o comunque illeciti -, sopportandone un costo assai contenuto nella fase iniziale, comunque conoscibile con precisione fin dall'inizio. A tutti i lavoratori offrirebbe, viceversa, la prospettiva di essere assunti con un rapporto a tempo indeterminato assistito da protezioni almeno pari agli standard internazionali e comunitari per il lavoro dipendente, ispirate ai modelli più avanzati del mondo per la parte relativa alla stabilità dell’occupazione e del reddito.

8. – Alcune obiezioni e le rispettive repliche. Alcuni esempi di come opera il firing cost

Una prima obiezione che mi viene solitamente mossa concerne la semplificazione tipologica conseguente all'istituzione del "contratto unico": è davvero un bene che si riduca in questo modo la varietà degli strumenti negoziali posti dall'ordinamento a disposizione di imprese e lavoratori? Rispondo che in questo progetto l'"unicità" del contratto ha la sola funzione di garantire una disciplina universale corrispondente almeno agli standard internazionali e comunitari. La disciplina del rapporto è, per il resto, agevolmente modulabile; lo è anche per quel che riguarda l'indennizzo per licenziamento economico, consentendo così una differenziazione anche marcata del grado di protezione a seconda delle circostanze. Ma sempre facendo sì che il frazionamento dell'esperienza lavorativa presenti un costo per l'impresa: quella che ricorre più frequentemente al frazionamento del rapporto ha un costo del lavoro più alto, mentre viene premiata quella più capace di praticare il manpower planning e di dare continuità ai rapporti con i propri dipendenti.

Un'altra obiezione, che mi viene mossa da chi preferisce la vecchia tecnica protettiva, è che in questo modo verrebbe meno qualsiasi controllo giudiziale sulle scelte economico-organizzative dell’imprenditore. Qui la replica è facile: la nostra giurisprudenza costituzionale e di Cassazione è fermissima da mezzo secolo nel ripetere in tutte le salse la massima – fondata sull’articolo 41 della Costituzione - secondo cui “le scelte imprenditoriali, quando non siano dettate in modo determinante da motivi illeciti, sono insindacabili in giudizio”. Di fatto questa massima è quotidianamente disattesa dai giudici del lavoro che si occupano di licenziamenti di natura economico-organizzativa; ciò che è molto pernicioso, perché in questo modo

- un giudice non competente di gestione aziendale e che non sopporta il costo dei propri errori di valutazione si assume di fatto il ruolo di supervisore della correttezza economica dell’operato dell’imprenditore;

- proprio per il difetto di competenza specifica del giudice nella materia della gestione aziendale, l’esito del giudizio è quanto mai aleatorio;

- infine, scelte gestionali che nell’economia contemporanea dovrebbero poter essere compiute con relativa rapidità vengono assoggettate a una verifica giudiziale che può durare tre, quattro, o persino sei od otto anni: tempi, questi, assolutamente incompatibili con le esigenze odierne dell’aggiusta­mento industriale (sarebbero, del resto, incompatibili anche tempi dimezzati rispetto a questi).

È ben vero che, secondo un orientamento dottrinale risalente a quarant’anni orsono, il controllo del giudice sul licenziamento economico-organizzativo non dovrebbe vertere sulla scelta dell’imprenditore, bensì solo sul nesso causale che fa discendere da quella scelta il licenziamento di un determinato lavoratore. Senonché questa costruzione concettuale non regge a una analisi attenta, la quale mostra come il controllo sul nesso causale non sia logicamente distinguibile dal controllo sulla scelta gestionale stessa dell’imprenditore ([20]). Per esempio, un giudice che controlla il licenziamento di un centralinista monoglotta, motivato con la necessità di sostituirlo con una centralinista poliglotta, non si limita affatto a rispettare la scelta dell’imprenditore di dotare il centralino di un operatore che sappia le lingue (se ciò facesse, l’impugnazione del licenziamento verrebbe respinta in limine), ma si spinge per lo più a verificare se effettivamente il numero di chiamate da interlocutori stranieri sia tale da giustificare la sostituzione del centralinista monoglotta: così è proprio la scelta imprenditoriale a essere controllata nel merito; ed è proprio il principio di insindacabilità della scelta imprenditoriale a essere disatteso. Oppure, il giudice che nell’ordinamento attuale applica la regola c.d. del repêchage, spingendosi dunque a valutare se il centralista licenziato non potesse essere utilizzato come usciere, oppure come autista, si sostituisce evidentemente all’imprenditore in scelte organizzative che – secondo la massima costante di cui sopra – non dovrebbero essere soggette ad alcun controllo in sede giudiziale. La tecnica del firing cost fa, invece, automaticamente sì che l’imprenditore si determini al licenziamento solo quando la perdita da lui effettivamente attesa, conseguente alla prosecuzione del rapporto, superi l’insieme dei costi, diretti e indiretti, connessi al licenziamento.

Si obietta, ancora, che il lavoratore sarebbe in posizione di inferiorità laddove gli si imponesse l'onere della prova diabolica circa il motivo discriminatorio o altrimenti illecito del licenziamento. Ma non è così: la legislazione oggi in vigore su tutta la materia delle discriminazioni alleggerisce fortemente l'onere probatorio che il lavoratore deve assolvere, consentendo sostanzialmente che il giudice decida anche sulla base di presunzioni semplici. Del resto, abbiamo alle spalle quasi quattro decenni di applicazione del procedimento di repressione del comportamento antisindacale del datore di lavoro (articolo 28 St. lav.), che ha visto i giudici del lavoro perfettamente in grado di accertare le condotte illecite proprio sulla base di presunzioni semplici. La riforma proposta non lascerà affatto inermi i lavoratori contro discriminazioni e rappresaglie; ma si limiterà a rendere più difficile lo sconfinamento del giudice nella valutazione di ciò che è pura e semplice scelta gestionale aziendale, allargando di fatto la libertà dell'imprenditore su questo terreno, ma anche accollandogliene per intero il costo sociale.

La norma attuale che prevede il controllo del giustificato motivo oggettivo, peraltro, presenta un altro peculiare profilo di incostituzionalità: essa copre d’oro e reintegra nel posto di lavoro il lavoratore che abbia la fortuna di incontrare un giudice orientato a considerare non giustificato il licenziamento, ma lascia con un pugno di mosche in mano il lavoratore che abbia invece la malasorte di incontrare un giudice orientato in senso opposto; e ciò in una materia nella quale l’opinabilità delle soluzioni raggiunge il livello massimo. Col risultato che, in questo caso, un lavoratore che perde il posto di lavoro senza alcuna propria colpa si trova per la strada, senza uno straccio di indennizzo ([21]). Quale mai logica c’è in tutto questo?

In molti sono riluttanti ad accettare la tecnica protettiva fondata esclusivamente sul firing cost, bollandola come una forma di "monetizzazione" del posto di lavoro. Rispondo loro che in moltissimi altri Paesi europei (i maggiori tra i quali sono la Francia, la Spagna, il Regno Unito, la Svizzera; ma per il modo in cui le cose funzionano di fatto possiamo annoverare tra questi anche la Germania e l'Olanda) la sola sanzione prevista per il caso di licenziamento ingiustificato, purché non discriminatorio, è un indennizzo in denaro. Il progetto di cui stiamo discutendo, in sostanza, offre ad outsiders e new entrants italiani, al posto del - pericolosissimo per loro - sistema duale, un sistema che garantisce loro l'indennizzo senza neppure condizionarlo all'esito di un giudizio, oltre a un sostegno delredditoe a un’assistenza nel mercato modellati secondo un’esperienza molto avanzata, quale è quella danese.

Proprio in riferimento a quest’ultimo punto c'è infine un'obiezione che prende spunto da uno studio recente di Yann Algan e Pierre Cahuc ([22]): la tesi dei due economisti francesi è che il modello della flexicurity danese presuppone un alto livello di senso civico diffuso, in difetto del quale non sarebbe possibile offrire a chi perde il posto trattamenti di disoccupazione tanto generosi, senza innescare circoli viziosi perniciosissimi (in Italia l'alto trattamento di disoccupazione si tradurrebbe in un forte disincentivo alla ricerca di una nuova occupazione regolare, tenderebbe a cumularsi con lavoro totalmente irregolare, ecc.). Il problema esiste ed è gravissimo; l'ipotesi è che si possa quanto meno por mano alla sua soluzione affidando al sistema delle imprese del settore, attraverso gli enti bilaterali, il compito di un controllo rigoroso sui comportamenti dei lavoratori coinvolti in processi di mobilità. L'ente bilaterale dovrà avere nei confronti del lavoratore che gli viene affidato una sorta potere direttivo e di controllo, che l'ente stesso eserciterà fino in fondo, perché dal suo esercizio corretto e incisivo dipenderà il suo equilibrio di bilancio. Sulla serietà dell’operato dell’ente bilaterale sorveglieranno – oltre che i sindacati - tutti gli imprenditori della zona appartenenti al settore, poiché ogni spreco sarà alla fine pagato da loro.

Può essere che non ci riusciamo; ma non possiamo permetterci di non tentare

9. - Considerazioni conclusive: due enormità contrapposte che possono sorreggersi a vicenda

In realtà, l'obiezione più rilevante che può muoversi a questo progetto è che esso prevede due enormità contrapposte, ciascuna fortemente indigesta o a destra o a manca:

- da un lato, fortemente indigesta per gli imprenditori e per la destra tradizionale, l'abolizione di tutte le forme di contratto a termine (salvo pochissime eccezioni molto ben delimitate), di tutte le vie di fuga dal diritto del lavoro alle quali in tante aziende si è ampiamente attinto negli ultimi decenni;

- dall'altro, fortemente indigesto per il movimento sindacale e per la sinistra tradizionale, il fatto che il ruolo del giudice sia limitato all'accertamento e valutazione della colpa del lavoratore nel licenziamento disciplinare e alla repressione del licenziamento discriminatorio o per motivo illecito, non potendo estendersi al controllo delle scelte gestionali dell'imprenditore.

L'"enormità" di ciascuno di questi due elementi essenziali del new deal proposto, però, può risultare idonea a giustificare e sorreggere l'"enormità" dell'altro, quando da entrambi i lati prevalga lo spirito riformatore.

Certo, può essere che nel negoziato politico sui dettagli del progetto gli uni o gli altri chiedano correzioni che riducano l'una o l'altra delle due "enormità", riavvicinando l’equilibrio nuovo a quello vecchio (si può ipotizzare che da un lato venga sostenuta, per esempio, la riattivazione dell'articolo 18 al raggiungimento dei 10 o dei 15 anni di anzianità di servizio, la quale avvicinerebbe questo progetto al Boeri-Garibaldi; sul fronte opposto potrebbe invece essere rivendicata una determinazione degli standard di trattamento sulle varie materie rigorosamente al livello degli standard internazionali e comunitari e non più su, oppure una riduzione dell’indennità di licenziamento nei primi anni di lavoro). Tutto può essere oggetto della negoziazione politica, e questa non può che essere aperta a tutti i possibili risultati.

È possibile anche che l'accordo non si trovi, o lo si trovi più o meno esplicitamente nel senso di lasciare le cose come stanno. Purché si tenga ben presente che questo non corrisponde certamente all'interesse degli outsiders e dei new entrants.



(*) Relazione introduttiva al seminario organizzato a Bertinoro dalla Fondazione Scuola di Politica il 4 settembre 2008. Il testo è destinato alla pubblicazione nella rivista Italianieuropei.

([1]) Dopo questi altri fattori negativi: 1. il difetto di certezza del diritto, 2. il difetto di concorrenza nel mercato dei prodotti e soprattutto dei servizi, 3. il basso livello medio di capitale umano e 4. gli effetti distorsivi del nostro ordinamento fiscale.

([2]) Dopo che, nel gennaio 2003, la Corte costituzionale dichiarò ammissibile quel referendum, il segretario generale della Cgil Sergio Cofferati – leader della grande battaglia in difesa dell’articolo 18 contro i tentativi di modifica fatti dal Governo Berlusconi – attese due mesi prima di prendere posizione nel senso dell’astensione.

([3]) Solo di recente, ad anni di distanza dall’emanazione di quella legge fortemente osteggiata da sinistra, si è incominciato a riconoscere che, almeno per la parte relativa alle collaborazioni continuative autonome e al “lavoro a progetto”, il suo contenuto è fortemente restrittivo e tende – sia pur con effetto limitato al settore privato – al superamento della figura dei c.d. co.co.co.: rinvio in proposito al mio studio L’anima laburista della legge Biagi. Subordinazione e “dipendenza” nella definizione della fattispecie di riferimento del diritto del lavoro, che può leggersi in “Giustizia civile”, 2005, II, pp. 131-149.

([4]) Circolari Min. Lav. n. 16/2006 e n. 4/2008.

([5]) Per esempio, in riferimento alle molte centinaia di migliaia di rapporti di “lavoro a progetto”, la questione andrebbe posta in questi termini: l’applicazione rigorosa delle circolari Damiano del 2006 e del 2008 avrebbe l’effetto di trasformare tutti questi rapporti in contratti di lavoro subordinato regolare a tempo indeterminato, oppure questa trasformazione si verificherebbe soltanto in una parte dei casi, mentre negli altri casi le imprese rinuncerebbero alla collaborazione. Il responsabile del personale di una grande impresa del settore editoriale che utilizza attualmente centinaia di lavoratori a progetto mi diceva, nella primavera scorsa, che se l’Ispettorato del lavoro fosse intervenuto a imporre i criteri fissati nella circolare Damiano n. 4/2008, obbligando quindi l’impresa a regolarizzare i collaboratori come subordinati a tempo indeterminato, di questi soltanto una quota fra un quarto e un terzo sarebbe stata regolarizzata.

([6]) Dello “Statuto dei Lavori” si danno numerose versioni, a partire da un progetto datato 25 marzo 1998, sul quale lavorò anche Marco Biagi, che può leggersi in T. Treu, Politiche del lavoro. Insegnamenti di un decennio, Bologna, il Mulino, 2001, pp. 317-348. Una impostazione per diversi aspetti analoga si riscontra nel progetto di legge Sacconi 28 febbraio 2007 n. 1356, Deleghe al Governo in materia di statuto dei lavori, ammortizzatori sociali, ecc., della 15a legislatura.

([7]) V. ultimamente sul punto M. Vaihekoski, What is fair salary discount for job security?, w.p. dattiloscritto, novembre 2007.

([8]) V. in questo senso F. Giavazzi, Ripartiamo dalla scuola, nel “Corriere della sera”, 15 febbraio 2008.

([9]) Tutte le ricerche quantitative disponibili confermano questo assunto: v., tra gli altri, A. Ichino, R.T. Riphalm, The Effect of Employment Protection on Worker Effort, CEPR w.p., 2004, e la letteratura ulteriore ivi citata. Anche l’esperienza quotidiana ci conferma che sovente l’imprenditore si determina a ingaggiare un dipendente sotto forma di “lavoro a progetto”, o comunque di collaborazione formalmente autonoma, invece che con un contratto di lavoro subordinato regolare, più per prevenire possibili fenomeni di shirking che per l’eventuale minor costo orario conseguibile in questa forma.

([10]) Oltre che allo scritto citato nella nota prec., rinvio a una mia ricerca sugli effetti della abolizione contrattuale della franchigia retributiva per i primi tre giorni di malattia, disposta da numerosi rinnovi contrattuali intorno alla metà degli anni ’70: Malattia, assenteismo e giustificato motivo di licenziamento, in “Rivista giuridica del lavoro”, 1976, I, pp. 259-281; inoltre a V. Ferrari, R. Boniardi, N.G. Velicogna, Assenteismo e malattia nell’industria. Un’analisi sociologico-giuridica, Milano, Comunità, 1979.

([11]) Secondo uno schema già da tempo suggerito da G. Saint Paul, On the Political Economy of Labor Market Flexibility, intervento alla Nber Macroeconomic Annual, 1993, Cambridge Mass., Mit Press, 1993.

([12]) Ma rivendico la primogenitura: la prima proposta di un contratto unico che accorpasse lavoro subordinato e parasubordinato risale, a quanto mi consta, al mio Subordinazione e autonomia nel diritto del lavoro, Milano, Giuffré, 1989, cui ha fatto seguito una elaborazione ulteriore ne Il lavoro e il mercato, Milano, Mondadori, 1996.

([13]) Di cui una prima esposizione può leggersi in T. Boeri, P. Garibaldi, Dal vicolo cieco alla stabilità, ne LaVoce.info, 6 novembre 2006; per un’esposizione più recente – dalla quale sono tratti i lineamenti riportati nel testo - v., degli stessi AA., Il “testo unico” del contratto unico, ne LaVoce.info, 10 novembre 2007.

([14]) M. Leonardi, M. Pallini, Contratto unico contro la precarietà, NelMerito.com, 19 febbraio 2008.

([15]) Per una traduzione in italiano, a cura di G. Bolego e M. Borzaga, della legge tedesca Hartz, che nel dicembre 2003 ha modificato – ma non molto incisivamente - quella del 1969 sui licenziamenti, v. “Rivista italiana di diritto del lavoro”, 2005. III, pp. 93-105.

([16]) Potrebbero essere assoggettati alla nuova disciplina tutti i nuovi rapporti di lavoro subordinato e quelli di collaborazione continuativa dai quali il prestatore tragga più di metà del proprio reddito annuo.

([17]) Per questo aspetto il progetto si rifà a quello elaborato dagli economisti O. Blanchard e G. Tirole, Contours of Employment Protection Reform, relazione scritta per il Conseil Français d’Analyse Economique (2003), tr. It. Profili di riforma dei regimi di protezione del lavoro, in “Rivista italiana di diritto del lavoro”, 2004, 161-211.

([18]) Cfr il progetto di legge n. 1422/2008 presentato dal vice-presidente della Commissione lavoro della Camera, Giuliano Cazzola, il 1° luglio scorso.

([19]) Si osservi come, invece, l’applicazione estesa alle imprese minori del sistema di sostegno del reddito e assistenza per i lavoratori che perdono il posto, gestito da enti bilaterali, offra ai lavoratori di queste aziende un netto aumento di protezione rispetto alla loro situazione attuale.

([20]) V. su questo punto molto rilevante M. Novella, Dubbi e osservazioni critiche sul principio di insindacabilità delle scelte economico-organizzative dell’imprenditore, in "Rivista italiana di diritto del lavoro, 2004, II, pp. 791-806; e, dello stesso A., I concetti di costo contabile, di costo-opportunità e di costo sociale nella problematica costruzione gius-economica del giustificato motivo oggettivo di licenziamento, ivi, 2007, II, pp. 990-998. Inoltre, se vuoi, P. Ichino, Sulla nozione di giustificato motivo oggettivo di licenziamento, ivi, 2002, I, pp. 473-504; Id., Il costo sociale del licenziamento e la perdita aziendale attesa per la prosecuzione del rapporto come oggetto del bilanciamento giudiziale, ivi, 2007, II, pp. 998-999.

([21]) Su questa possibile censura di incostituzionalità della disciplina attualmente vigente rinvio ai miei due scritti: La stabilità e il valore dell'eguaglianza, relazione all'Accademia dei Lincei, dicembre 2004, negli atti del convegno, Il futuro del diritto del lavoro, Roma, 2005; La Corte costituzionale e la discrezionalità del legislatore ordinario in materia di licenziamenti, in “Diritto del lavoro e Corte costituzionale”, a cura di R. Scognamiglio, Napoli, Ed. Scientifiche Italiane, 2006, pp. 129-148.

([22]) Y. Algan, P. Cahuc, Civic Attitudes and the Design of Labor Market Institutions: Which Countries Can Implement the Danish Flexicurity Model? W.p. IZA n.1928, gennaio 2006.




permalink | inviato da borghino il 28/8/2008 alle 18:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

12 agosto 2008

INDIRIZZI&STRATEGIE/Le riforme da fare: lavoro e inclusione

 

 

Chi pensa che le proposte di Brunetta per il pubblico impiego (a partire da quel Piano Industriale per la PA) e quelle di Sacconi (il libro verde alias comunitario su Welfare, Lavoro e Sanità) siano un temporale estivo o semplici raffigurazioni delle ideologie portanti del Centro Destra sbaglia.

Siamo infatti davanti ad una strategia che, dimenticate le vendette sull’art.18 e i feticci delle pensioni e della spesa sociale (Berluscono 1^ e 2^), ora si misura (berlusconi 3^ ), avendo capitalizzato larga parte dei voti delle quote più deboli, con obbiettivi di riforma strutturale del rapporto tra lo stato e il cittadino, e tra il lavoro e le prestazioni sociali ad esso tradizionalmente collegate, una strategia spinta da una oggettività portata dalla crisi stessa del Welfare State e della Pubblica Amministrazione.

Pensare che queste impostazioni possano arrivare poco lontano è da ingenui (non per altro per il consenso sociale che stanno raccogliendo e per il crescente logoramento delle istituzioni di welfare e lavoristiche tradizionali), e che tutto possa restare nella PA e nel Lavoro (e sulla Povertà…un terreno ancora vergine per il nostro modello sociale) come nelle attese del blocco sociale che l’area riformista ritiene di esprimere e rappresentare ancora di più.

Molto probabilmente il Centro Destra non adotterà una vera e propria strategia d’attacco (esclusa un po’ di propaganda ovviamente necessaria, ma sicuramente ha in mano la piena capacità di governare tutti quei fenomeni carsici che hanno garantito il suo successo e relegato all’opposizione il centro-sinistra.

Il fatto è che quello che i due ministri propongono (e ammiccano con grande disinvoltura) fa parte dell’attuale stagione politica in cui il declino e la regressione sociale e politica si intrecciano con una richiesta di salvaguardia dei propri interessi che ritiene sempre di più di poter fare a meno dello Stato (anche perché sempre più numerose categorie sociali da esso poco ricevono e da esso molto subiscono e sembrano voler rinnegare valori di solidarietà e trasferimento di ricchezza tipici dell’era della ricostruzione.

Tutto questo si intreccia con la caduta di tutta una serie di garanzie e diritti di protezione sociale che oramai per altro tipicizzano un’area sempre più ristretta del mondo del lavoro (garantiti a tempo pieno nella pubblica amministrazione e in parte delle aziende coperte dallo statuto dei diritti dei lavoratori di media-grande stazza).

Cosi’ la sinistra corre il rischio di sottovalutare la popolarità delle proposte del centro destra (i tifosi di Brunetta oramai sono tanti..e anche Sacconi ha già prodotto numerose semplificazioni che ne rendono comprensibile l’intera filosofia), e di sottovalutare la fase di difficoltà delle istituzioni pubbliche che presidiano il welfare e il lavoro, preferendo continuare a lodarne le magnifiche sorti senza aprire veramente gli occhi sugli indici di copertura dei servizi e di efficienza degli stessi.

La sinistra puo’ ritrovarsi (o forse già si trova?) ristretta in una opera di resistenza a favore di ceti e categorie per altro in via di riduzione se non estinzione (anche se interpreti della migliore stagione “socialdemocratica” , in realtà catto-comunista, di questo Paese) e corre il rischio di essere disattenta nei confronti di quei ceti che maggioramente sono in difficoltà negli attuali scenari (partendo dai poveri, e passando dalle precarietà per arrivare al lavoro autonomo bord line…..che hanno ben altri problemi oltre quello della quarta settimana dei salariati o pensionati fissi).

Per poter sfidare il Centro Destra sulle riforme che propone, e che negli intenti dei due ministri finiranno di realizzarsi tra pochi mesi, occorre spostare politicamente le questioni in campo.

Invece dell’assenteismo degli impiegatucci (bombardati con un insieme di tagli salariali e minacce regolamentari che vanno ben oltre l’introduzione di trattenute per le assenze), occorre misurarsi sul terreno della efficienza e dell’efficacia della pubblica amministrazione a partire dalla riforma delle istituzioni, dalla loro razionalizzazione, dalla qualità degli apparati pubblici, e dalla distinzione tra politica e amministrazione e tra ruolo della pubblica amministrazione e quello dei mercati.

Invece di farsi rinchiudere in una riforma a costo zero del Welfare come propone sacconi (in una scorretta confusione tra Welfare assicurativo e previdenziale e Protezione Sociale di ultima istanza e in cui nemmeno si accenna alla priorità della riforma degli ammortizzatori sociali), occorre cercare di costruire un circuito virtuoso tra azione inclusiva di ultima istanza dello stato e politiche per l’inclusione sociale e la collocazione al lavoro, e le garanzie assicurative e sociali date dalla legislazione sociale obbligatoria integrate con le modalità contrattuali innovative di copertura di aspetto previdenziali e assistenziali che sempre più sono esplicitamente o implicitamente consegnati alla volontà delle parti sociali o degli individui per la necessità oggettiva di integrare e migliorare le azioni di tutela garantite dallo stato.

Per riporre al centro dell’agire e del vivere sociale il lavoro (la sua dignità, i suoi diritti e le sue tutele), occorre prima di tutto unificare il mercato del lavoro pervenendo a modalità contrattuali più unitarie e con costi diretti e indiretti graduati sulla penalizzazione della precarietà (ben difficilmente da limitare con le sole normative lavoristiche) e non come ora sulla permanenza o meno nell’area dei garantiti (i quali oggettivamente e soggettivamente guadagnano e costano di più rispetto alle tante tipologie di precarietà che sono nate nel nostro diritto dei lavori siano essi subordinati, parasubordinati o autonomi, e hanno numerosi vantaggi sociali rispetto ai lavoratori parasubordinati e autonomi in tema di ammortizzatori sociali).

Tutte cose impossibili da risolvere se non si intende pagare lo scotto delle grandi riforme (e i rischi sociali e di consenso che vi sono collegati), e se non si riesca ad affrontare il costo delle riforme (chiaramente non realizzabili nel medio periodo con semplici redistribuzioni di risorse negli stessi settori oggetto delle stesse riforme o con la moda che si insegue dalle leggi Bassanini, del costo “zero” contabile).

Questo è vero specialmente se si affrontano agende nuove e sconosciute per il nostro paese e espansive dei ruoli pubblici tradizionali come la riforma della PA e l’introduzione di una protezione sociale inclusiva e legata ai diritti di ultima istanza.

E’ forse utile ricordare che la mancata realizzazione di queste riforme che sono in agenda da almeno trent’anni, contribuisce a determinare l’impaludamento del nostro paese, in quanto condiziona fortemente gli squilibri sociali, peggiora la coesione sociale e la partecipazione al benessere specialmente nelle fasi di crisi, in cui si allarga la forbice tra ricchi e poveri e in cui l’incertezza sociale tende a diffondersi.

E’ anche evidente la scelta strategica di qualcuno che vede non tanto nella infrastrutturazione e qualificazione del sistema le carte per la ripresa della sua competitività, ma in una scelta malthusiana di adattamento e intensificazione della competizione tra strati sociali la scelta capace di rinnovare i nostri equilibri sociali, riscoprire le competività di sistema, allentare sempre più il vincolo redistributivo e di governo delle opportunità in mano alle istituzioni.

Sono queste evidentemente scommesse che ne’ il Centro Destra (Berlusconi 1^ e 2^) e il Centro Sinistra (Governo Ciampi; Prodi 1^; D’alema; Prodi 2^) sono stati in grado di affrontare, con il risultato di aggravare queste criticità, di rendere ancora più difficili queste riforme (dagli studi della Commissione Onofri nel 97-98 ad oggi, tutti quelli che si sono cimentati su questi temi hanno confermato non solo la cresciuta delle criticità sociali, ma anche la crescente ingiustizia di un welfare che oggi copre malamente sono i lavoratori più garantiti e assolutamente si disinteressa, tolta un po’ di carità e qualche pensioncina, dei poveri, arrivando ad escludere dai suoi canoni proprio la missione di essere strumento di inclusione.

La destra ora le grandi riforme non le annuncia più nemmeno ma le sta realizzando. La sinistra riformista invece continua a sognarle con l’evidente difficoltà di saper governare il consenso e le relazioni necessarie per poterle realizzare, e di poter chiaramente esplicitare i propri intendimenti rispetto alla propria base politica e sociale fin troppo conservatrice.

Chi pensa che il Lavoro e le Tutele Sociali (la lotta contro l’esclusione sociale e non certo l’assistenzialismo passivo e categoriale!) siano parte del nostro modello sociale, deve mettere mano a queste riforme con la piena convinzione di garantire il carattere aperto della nostra società e quella mobilità e ricambio sociale che uniscono alle liberta’ formali quelle civili e sociali.

Paolo borghi livorno x www.libertaeguale.eu 12/8/2008




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27 luglio 2008

INDIRIZZI&STRATEGIE/LA VITA BUONA NELLA SOCIETA' ATTIVA

Ministero del lavoro, della salute, delle politiche sociali

LA VITA BUONA

NELLA SOCIETÀ ATTIVA

Libro Verde sul futuro del modello sociale

Documento per la consultazione pubblica

25 luglio 2008

Indice

Prefazione

1. Perché un Libro Verde?

a) Le disfunzioni

b) La visione: la vita buona nella società attiva

c) Gli obiettivi quantificabili

2. Il nuovo Welfare integrato delle pubbliche amministrazioni, delle comunità e della responsabilità personale

3. La sostenibilità

4. La governance

Prefazione del Ministero Maurizio Sacconi

Questo Libro Verde è dedicato ai giovani e alle loro famiglie perché vuole concorrere a ricostruire fiducia nel futuro.

Con esso si vuole avviare un dibattito pubblico sul futuro del sistema di Welfare in Italia nella speranza di pervenire a soluzioni quanto più condivise dagli attori istituzionali, politici e sociali concorrendo in tal modo alla stessa coesione nazionale.

Le tendenze demografiche, i grandi cambiamenti nella coscienza dei bisogni e nella struttura delle risposte, la globalizzazione sregolata e una crescita della economia che rimane al di sotto del potenziale stanno progressivamente sgretolando la rete delle vecchie sicurezze.

Assistiamo, a volte impotenti, ad un radicale cambiamento della economia e della società che si riflette, in negativo, sulla vita delle persone, sui loro bisogni, sulle loro paure e sui loro comportamenti.

La organizzazione delle funzioni di indirizzo politico in materia di lavoro, salute e inclusione in un unico Ministero dedicato allo sviluppo sociale può e deve costituire l’occasione per una visione integrata dei vari profili che concorrono al bene-essere dei cittadini.

E’ stato il recente Libro Bianco della Commissione Europea sulla salute (1) a enfatizzare lo stretto legame tra salute e prosperità economica sottolineando, altresì, la centralità del benessere dei cittadini nelle politiche contemplate dalla Strategia di Lisbona per la crescita e la occupazione.

Promuovere la salute consente di ridurre la povertà, l’emarginazione e il disagio sociale, incrementando la produttività del lavoro, i tassi di occupazione, la crescita complessiva della economia. Allo stesso modo un aumento della qualità della occupazione e delle occasioni di lavoro per un arco di vita più lungo si traduce in maggiore salute, prosperità e bene-essere per tutti.

Una rifondazione del nostro modello sociale sarà più agevole e potrà consentire al tempo stesso soluzioni più avanzate e durature se una omogenea direzione politica si dimostrerà in grado di definire il complesso delle tutele e delle opportunità delle persone lungo l’intero ciclo di vita – dal concepimento alla morte naturale - offrendo risposte unitarie e non settoriali o, peggio, segmentate in corrispondenza dei diversi bisogni nel momento in cui si manifestano.

La sfida a cui siamo chiamati non è solamente economica ma, prima di tutto, progettuale e culturale. Vogliamo riproporre la centralità della persona, in sé e nelle sue proiezioni relazionali a partire dalla famiglia. Pensiamo a un Welfare delle opportunità che si rivolge alla persona nella sua integralità, capace di rafforzarne la continua autosufficienza perché interviene in anticipo con una offerta personalizzata e differenziata, stimolando comportamenti e stili di vita responsabili, condotte utili a sé e agli altri.

Un Welfare così definito si realizza non solo attraverso le funzioni pubbliche ma soprattutto riconoscendo, in sussidiarietà, il valore della famiglia, di tutti i corpi intermedi e delle funzioni professionali che concorrono a fare comunità. Esso potrà offrire migliori prospettive soprattutto a giovani e donne, oggi penalizzati da una società bloccata e incapace di valorizzare tutto il proprio capitale umano.

Il principio di una vita buona, peraltro, ha le sue radici in una vita attiva, nella quale il lavoro non sia una maledizione o, peggio, una attesa delusa, ma costituisca fin da subito nel ciclo di vita, la base dell’autonomia sociale delle persone e delle famiglie. Invece di ritardare all’infinito l’esperienza del lavoro, esso va considerato parte integrante dei processi formativi attraverso adeguati strumenti normativi che consentano di integrare positivamente esperienze di studio e di lavoro.

L’obiettivo di garantire a tutte le persone e ai giovani in particolare la possibilità di esprimere interamente il loro potenziale, ma anche di aiutare chi non è in condizioni di farlo, non può che fondarsi su valori chiari e il più possibile condivisi. Valori che orienteranno l’azione di indirizzo politico quanto più saranno declinati attraverso precise strategie in grado di alimentare, anche attraverso un costante monitoraggio della loro efficacia, un clima di fiducia e di responsabilizzare tutti gli attori interessati.

Il presente Libro Verde propone quindi una visione del futuro del nostro modello sociale nella prospettiva della vita buona nella società attiva ed intende sollecitare un diffuso confronto su:

le disfunzioni, gli sprechi e i costi del modello attuale;

la principale sfida politica e cioè la transizione verso un nuovo modello che accompagni le persone lungo l’intero ciclo di vita attraverso il binomio opportunità – responsabilità;

un modello di governance che garantisca la sostenibilità finanziaria e attribuisca a un rinnovato e autorevole livello centrale di governo compiti di regia e indirizzo, affidando, invece, alle istituzioni locali e ai corpi intermedi, secondo i principi di sussidiarietà, responsabilità e differenziazione, l’erogazione dei servizi in funzione di standard qualitativi e livelli essenziali delle prestazioni;

gli obiettivi strategici dei prossimi anni per giungere – attraverso un costante esercizio di benchmarking con le migliori esperienze internazionali e in coerenza con le linee guida comunitarie – a un sistema di protezione sociale universale, selettivo e personalizzato che misuri su giovani, donne e disabili, in termini di vera parità di opportunità, l’efficacia delle politiche;

le possibili linee guida sui pilastri del sistema e una ipotesi di grandi programmi (quali natalità; famiglia; formazione e occupabilità; prevenzione per la salute).

Una consultazione pubblica sarà aperta sulle questioni sollevate dal Libro Verde per un periodo di tre mesi.

Al termine di questa consultazione, le principali opzioni politiche identificate nelle risposte delle istituzioni centrali, delle Regioni e degli enti locali, delle parti sociali, delle associazioni professionali e di volontariato, dei centri di ricerca e di tutti gli altri soggetti - inclusi i singoli cittadini che vorranno fornire un loro contributo -saranno condotte a sintesi in un Libro Bianco sul futuro del modello sociale.

Il Governo, in coerenza con esso, formulerà le proposte in materia di lavoro, salute e politiche sociali per l’intera legislatura.

25 luglio 2008-07-27

 

Per il testo completo e per seguire dibattito e consultazione

http://www.lavoro.gov.it/Lavoro/PrimoPiano/20080725_Libroverde.htm

[nota dallo steso sito]
Libro Verde sul futuro del modello sociale
La vita buona nella società attiva


È stato presentato al Consiglio dei Ministri del 25 luglio 2008
Obiettivo del Libro Verde è avviare un dibattito pubblico sul futuro del sistema di Welfare in Italia. Il documento, in analogia con i medesimi strumenti adottati dalla Commissione europea, è infatti rivolto a tutti i soggetti istituzionali, sociali e professionali per condividere la visione sul disegno di un nuovo modello sociale.

Una consultazione pubblica è aperta per un periodo di tre mesi, fino al 25 ottobre, attraverso la casella di posta elettronica
libroverde@lavoro.gov.it.




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27 luglio 2008

DIBATTITO/INDIRIZZI&STRATEGIA PISA-LIVORNO/ BRUNETTA PA E PUBBLICO IMPIEGO

 

FORUM SUL PUBBLICO IMPIEGO
organizzato dal Forum del lavoro e dello sviluppo del Partito Democratico – Comitato territoriale di Livorno
Giovedi’ 24 luglio 2008

Sintesi dell’ intervento di Paolo Borghi

A.

Le relazioni che abbiamo ascoltato rischiano di ripercorrere vecchi sentieri e vecchie impostazioni “difensivistiche” e “pseudo sindacali”, tra l’altro confondendo il terreno della Pubblica Amministrazione con quello dei suoi impiegati.

Per quanto mi riguarda io continuo ad insistere con l’idea che abbiamo subito una gravissima sconfitta alle elezioni e che rischiamo di non essere nemmeno capiti dalla maggioranza dei cittadini se insistiamo proprio su impostazioni di questo genere, specialmente per quanto attinenti il pubblico impiego.

Il punto politico, anche davanti alle proposte di Brunetta che scuotono proprio il mondo del pubblico impiego, è quello innanzitutto di unire il mondo del lavoro privato con quello pubblico, uscendo dal bunker dei garantiti (oramai non più di 4-5 milioni di lavoratori tra pubblici e privati) per altro, proprio anche nello stesso pubblico impiego, accerchiati da appalti sottocosto, precari più o meno autonomi e più o meno sponsorizzati, una situazione del lavoro caratterizzata sempre più da bassi salari e mancanza di tutele effettive nella babele della crescente terziarizzazione e della crisi occupazionale.

B.

Proprio per questo è necessario cercare di praticare e costruire efficienza ed efficacia nella Pubblica Amministrazione e della Pubblica Amministrazione e riprendere il filo del ruolo della Funzione Pubblica come motore moderno della società e della nostra democrazia e garanzia di imparzialità tra gli interessi e le diverse parti politiche che condizionano le istituzioni.

A chi pensa che l’Italia si rimetta in movimento aizzando la gente contro i Room, le regole, le tasse, gli impiegati pubblici, le tasse, l’unione europea, gli stranieri, la concorrenza, e chi ne ha più ne metta (insomma contro i fantasmi che angosciano questo paese sempre più in declino) occorre rispondere cercando di rimettere la barra del dibattito politico sgangherato proposto da Brunetta sulla rotta giusta.

Nel nostro caso da una reazione ad un ragionamento vendicativo e capzioso contro i funzionari pubblici (e contro gli amministratori dell’altro schieramento) occorre passare ad un ragionamento sulla riforma della Pubblica Amministrazione e sul ruolo propulsivo delle istituzioni, confermando i valori costituzionali e sociali della funzione pubblica.

C.

La prospettiva di discutere dall’interno di PA ci porta a ragionare di precarietà, diritti e doveri dei funzionari, organizzazione delle istituzioni e delle strutture, di relazioni tra gli spezzoni che oramai compongono la sempre più complicata area dei pubblici servizi (enti e istituzioni elettive, enti strumentali, realtà miste pubblico private; area dei funzionari a pieno titolo pubblico, e segmenti privatizzati, area degli incaricati di pubblico servizio stabili o precari che siano, ecc.).

Per questo occorre sforzarsi di riportare il dibattito (e fare riforme vere) sui grandi temi della Sanità, della concorrenza e del mercato, delle infrastrutture, della scuola e della formazione, dell’occupabilità e dell’occupazione in grado di garantire coesione e inclusione sociale…di una riforma seria e profonda delle caratteristiche e identità della PA, che faccia superare la prevenzione che la maggior parte del paese ha acquisito verso questa realtà, e che contribuisca a scrollarci di dosso l’accusa di inefficienza e di fannullaggine che ci viene costantemente lanciata addosso .

Come ho già detto il rischio è quello che i cittadini non ci comprendano nemmeno perché possono individuarci come semplici difensori di uno status quo del pubblico impiego non più tollerato e tollerabile.

D.

Non importa andare molto lontano per fare tutto questo. Basta riprendere i fili del nostro programma elettorale e iniziare a costruire la realtà che avevamo proposto agli italiani. No allo spoil system e alla continua intromissione dei partiti e dei poteri corporativi e criminali nelle attività amministrative; una rinnovata tensione per una riforma effettiva delle istituzioni e per la semplificazione della loro struttura in nome di buoni principi di sussidarietà, federalizzazione dello stato, partecipazione attiva dei cittadini alla cosa pubblica; una P.A. aggiornata e professionale specchio di moralità e capacità tecnico-professionali; l’orgoglio di vedere le istituzioni da noi dirette in prima fila su questo percorso.

Insomma occorrono proposte tese a chiarire che la PA non puo’ piu’ essere un peso per il paese, ma la principale infrastruttura su cui poggiare il rilancio dello stesso paese e il funzionamento corretto delle finanze pubbliche e del mercato, in una ottica di legalità, competitività e coesione sociale.

E’ proprio dall’attuazione di questo programma che occorre partire per comprendere i nostri ritardi come PD. Vale pero’ allora porsi alcuni interrogativi: Le nostre istituzioni sono effettivamente all’avanguardia su questi terreni? I cittadini possono nettamente distinguere le nostre amministrazioni da quelle gestite dal centro destra in quanto a modernità, innovazione, autonomia tra amministrazione e politica? Le riforme che proponiamo sono di carta o reali?

E.

La mia impressione è che dobbiamo avere la franchezza di rispondere che i processi degenerativi della pubblica amministrazione e la convinzione della sua irriformabilità attraversano anche le realtà da noi amministrate.

Possiamo fare esempi come i Rifiuti a Napoli e ora l’ultimo quello della sanità in Abruzzo, ma l’elenco dei casi nazionali sarebbe effettivamente lungo con le dovute eccezioni (una mi sembra utile da indicare: il buon governo della sanità toscana).

Anche a livello locale questioni cosi’ diverse come Siderform a Piombino, Porto 2000, Interreg in Provincia, le questioni giudiziarie che hanno scosso e scuotono i comuni di Portoferraio e di Rosignano, l’angoscia con cui dobbiamo continuare a vivere le vicende delle ex-municipalizzate ASA e ATL, un certo modo di governare strutture e istituzioni dal punto di vista organizzativo e delle risorse umane, non ci consolano certo.

A parte le responsabilità personali che dovranno essere accertate o individuate dagli organi preposti (giudiziari e contabili se necessario, politico amministrativi o burocratici per quanto di loro competenza) l’impressione è quella di una situazione in cui i controlli e lo stile del buon governo (responsabilità proprie della politica e degli apparati preposti) troppo spesso sono carenti e costantemente “sorpassati” dal malumore e dalle chiacchiere, dal malcontento crescente degli utenti (specialmente per i servizi alle persone e in rete) e dalle inchieste aperte dagli organismi giurisdizionali, da una logica politica di conduzione di apparati e strutture che spesso confonde il consenso con la organizzazione necessaria.

F.

Credo che per tutto questo ci siano i presupposti per aprire una battaglia politica innanzitutto nel PD per superare i nostri ritardi e le nostre difficoltà, e poi nel Paese per far capire ai cittadini cosa sia necessario per rilanciare la pubblica amministrazione e per caratterizzarla sempre più come servizio ai cittadini e non ostacolo alle loro attività e alla risoluzione dei loro bisogni.

Saper essere orgogliosi di far funzionare meglio e bene le istituzioni…ecco l’obbiettivo personale e collettivo che ci dobbiamo porre da subito.

Sintesi a cura di paolo borghi 27/07/2008




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